LA CONOBBI A BEIT LAHIA

La conobbi a Beit Lahia, a nord di Gaza. Era il febbraio 2013 e faceva più freddo di quanto immaginassi potesse fare là, nella Striscia, sul mare.

Nelle serre di Beit Lahia il rappresentante degli agricoltori,  una vera forza de13689538_10210209844547098_1674621852_nlla natura  che buttava nella sua risata fragorosa sia i racconti delle torture subite nei tanti arresti, sia lo spregio verso i distruttori  dei campi coltivati dicendo “Loro distruggono? E noi ripiantiamo e moltiplichiamo”, proprio lui me l’aveva fatta conoscere in forma di alberello. Aveva fatto tagliare fronde e radici di tre piccoli esemplari in modo che io potessi infilarli in valigia insieme a tutti gli altri alberini che avrebbero beffato l’assedio venendo a portare il loro messaggio in Italia. Lui rideva come un matto alla mia idea e pensava che non ce l’avremmo fatta. E invece si sbagliava! Le nostre valigie piene di spezie, miele di palma e alberi sfuggiti all’assedio vennero incellofanate  e varcarono serenamente le frontiere. Alla domanda “Nulla da dichiarare?” rispondemmo sorridendo “nulla”.  E gli alberelli di jawafa entrarono con noi e con tutto il resto.

Il nome scientifico di questa pianta, conosciuta anche come guava, è Psidium guayava e si tratta di un alberello caraibico appartenente alla famiglia delle mirtacee, con un frutto che somiglia a una pera e con un profumo intensissimo, che però fino a quel momento non mi aveva mai incuriosito. Poi, dopo averla conosciuta cominciai a studiarla.

La guava arrivò in questa parte del mondo verso il 1500 insieme a diversi suoi fratelli dall’America centro-meridionale. Il frutto era già noto agli Aztechi che lo apprezzavano per le sue qualità nutritive e medicinali, come ci fa sapere nel suo “De la natural Historia de las Indias” il famoso storico naturalista  spagnolo Hernandez de Oviedo,  dapprima estimatore delle colonie nei territori americani e successivamente fermo accusatore delle violenze dei colonizzatori contro gli indigeni. La guava, nel suo trasferimento dall’America alla Palestina avrebbe ancora visto scene simili a quelle denunciate da Hernandez de Oviedo a distanza di 500 anni. Ma gli alberi si sa, sono muti e seguitano a fiorire quale che sia il contesto umano in cui si trovano e così la guava, purché abbia terreno drenato e temperatura che non scenda sotto lo zero, si adatta e fruttifica. Infatti si è ben adattata nella Striscia di Gaza e in diverse parti della Cisgiordania, in particolare a Qalqilia, città completamente e illegalmente murata dalle forze occupanti, dove cresce altrettanto bene che se il muro non ci fosse.

Proprio a Qalqilia, quando ormai conoscevo i pregi di questo frutto di cui tra poco vi dirò,  ho avuto modo di apprezzare il giardino di jawafe di Ahmed Hazzaà Shrayem nella primavera del 2014, pochi mesi prima che quest’uomo molto amato e rispettato dalla sua comunità morisse. Quel giorno  parlammo alcune ore, immersi nel  profumo dei frutti sul tavolo e con lo sguardo verso le chiome ondeggianti nel giardino. Abu Hazzaà aveva un portamento elegante nonostante dovesse poggiarsi a un bastone e parlava con gentilezza e sorridendo come se la sua vita fosse stata solo serenità. Non sembrava un uomo che avesse passato più di un terzo dei suoi anni nelle galere israeliane; arrestato da ragazzo perché militante attivo di Fatah fu condannato a 20 anni, uscì nel 1989 e poi venne ancora arrestato, più volte, fino al 2003. La donna che sarebbe diventata sua moglie lo aspettò e insieme hanno avuto due bell13714452_10210209843747078_1323818506_nissimi figli. Poi si è ammalata ed è morta. Solo pochi anni hanno potuto vivere insieme perché prima il carcere e poi la morte li avrebbero separati. Tutto raccontato con apparente serenità e intanto, vedendomi sbucciare  una jawafa, quest’uomo gentile mi guardò storto dicendomi che la buccia si mangia, che contiene un’altissima percentuale di vitamina C e che è una risorsa che non va sprecata. E’ vero, la guava è il frutto che rappresenta in forma naturale il massimo apporto di vitamina C, e anche di vitamine del gruppo B, di vitamina A e della preziosissima vitamina E che oltre alle proprietà  antiossidanti ad ampio raggio, ha quella cosiddetta “antiaging” vale a dire che ritarda l’invecchiamento della pelle perché aiuta la produzione di collagene ed ha quindi  una funzione estetica superiore a qualunque concentrato chimico. Peccato che in Italia si trovi quasi esclusivamente in Sicilia. Ma anche il succo di jawafa ha le stesse proprietà ed è più facilmente reperibile in ogni città italiana.

Della guava si può consumare tutto, anche le foglie. Un frutto di grandezza media pesa circa 400 grammi che corrispondono a ben 2000 mg di antiossidanti, al cui confronto i 1200 di 4 etti di  prugne o i 520 di altrettante mele e melegrane sembrano poca cosa.   Contiene magnesio, potassio, fosforo e calcio e i suoi semi, eduli come tutto  il resto, contengono iodio.

Se mettiamo da parte il piacere del gusto e consideriamo soltanto i benefici per la salute diciamo subito che il frutto va usato con cautela da chi soffre di ipotensione, mentre è un valido rimedio per ridurre la pressione sanguigna, il colesterolo e i trigliceridi. Il succo, pur essendo naturalmente dolce, ha la proprietà di ridurre gli zuccheri nel sangue e quindi può essere consumato, anche in funzione terapeutica, da chi soffre di diabete. Un frutto di grandezza media contiene meno di 100 calorie e questo ne fa  un sicuro  alleato nelle diete antiobesità.

L’alberello è un sempreverde, normalmente di piccola statura ma a volte riesce a raggiungere i 7 metri. Fiorisce a primavera inoltrata e i suoi fiori, composti da 5 petali bianchi e numerosi stami, sono bellissimi, come quelli del mirto, ma più grandi e più intensamente profumati. Il frutto matura in autunno inverno ma nei suqfrutto palestinesi lo si può trovare quasi sempre. Il colore della buccia varia dal giallo al verde al rosato e così anche la polpa.

Anche i fiori possono essere usati, in infuso, e servono a  curare la bronchite. Basta versare acqua bollente su una manciata di fiori freschi o essiccati, coprire, filtrare e bere dopo 5 minuti. Due tazze d’infuso di fiori e un bicchiere di succo al giorno possono risolvere il problema dato che, in particolare nel succo, sono contenute: la  vitamina A che aiuta a mantenere integre le pareti polmonari, la  vitamina C che aumenta le difese dalle  infezioni e la vitamina B9 che fluidifica il muco bronchiale.

Anche dalle foglie si ottengono con estrema  semplicità  decotti e infusi preziosissimi per le proprietà antispasmodiche capaci di controllare gli attacchi epilettici e di offrire sollievo ai terribili dolori provocati dall’artrite reumatoide. Non ho potuto verificare l’efficacia antiacne dell’infuso e del succo ma non sarà un esperimento difficile e, soprattutto, non sarà certo dannoso! Ho invece verificato che un infuso di foglie secche (6 foglie in mezzo litro d’acqua bollente) se bevuto caldo ha proprietà spasmolitiche in caso di mestruazioni dolorose mentre, se bevuto appena tiepido e tenuto in bocca come colluttorio, ha proprietà analgesiche in caso di mal di denti e stomatiti. Inoltre, mentre il frutto maturo è leggermente lassativo, l’infuso di foglie può essere usato come antidiarroico e come antibatterico nelle gastroenteriti.

Insomma lo Psidium guayava è una vera benedizione della natura e mi chiedo perché non ho mai sentito i medici del mio paese consigliarne il consumo a chi si trova in radio o chemioterapia, eppure, riuscendo a riparare il DNA danneggiato dalle radiazioni e dalle tossine, sarebbe un valido coadiuvante per la ripresa delle funzioni vitali nelle cure antitumorali.

Ora che Abu Hazzaà a Qalqilia non c’è più e che Beit Lahya è stata massacrata dagli ultimi bombardamenti israeliani mi pare di sentire la voce di quest’uomo garbato e ospitale, rimasto gentile pur avendo conosciuto tutte le galere israeliane, da Ofer ad Ashkelon a Ramleh,a Beit Sheva… e che è stato  membro del Consiglio Rivoluzionario di Al Fatah, membro del Parlamento,  Segretario generale della Provincia di Qalqilia e altro ancora,  mentre mi mostra i suoi alberi e mi racconta di un ragazzo entrato in carcere analfabeta e aiutato a studiare “perché il compito di un rivoluzionario è anche quello” che oggi parla di Hegel e di filosofia greca, di Lenin e di Tolstoj, di Gibran e di Darwish  e che è stato più forte del nemico sionista che lo avrebbe preferito analfabeta. Penso anche alle serre di Beit Lahia, dove Mohammad rideva come un matto mentre mostrava i 200 mila alberelli riprodotti per rimpiazzare quelli distrutti dagli assedianti.  Proverò ad andare a trovarlo tra due mesi. Sono certa che neanche le bombe di luglio avranno spento la sua risata e chissà quanti alberi avrà ripiantato dopo l’ultima furia che il mondo, prono a Israele,  non si vergogna di chiamare “margine protettivo”.

Sul mio balcone ho conservato due alberelli. Non fruttificheranno, non c’è il sole di Gaza né quello di Qalqilia e il mare è a 35 chilometri, ma mettono rami e foglie e sono utili per gli infusi e belli da vedere. Il terzo alberino, invece,  è stato piantato in un giardino in Calabria, a Scalea vicino al mare, e Olimpia,  la proprietaria del giardino, ha fatto fare una targa in vetro con i colori della Palestina in modo che tutti sappiano da dove arriva questo gioiello della natura: dall’altra parte del mare, nonostante tutto!

Patrizia Cecconi

INFORMAZIONI DA ZOHORFILISTIN

Car*, sto risistemando il mio vecchio blog zohorfilistin.org ovvero fiori di Palestina e data la mia grave disabilità con la tecnologia farò sicuramente dei pafiori di camposticci. Tra questi potrebbe esserci anche qualche invio non controllato, in tal caso vi chiedo scusa a priori e vi prego, nel caso in cui accadesse e non fosse gradito, di segnalarmi l’involontaria invadenza nelle vostre caselle di posta o nelle vostre bacheche in modo che io possa evitare che si ripeta. Vi ringrazio e spero di imparare presto a non fare troppi pasticci.

Patrizia

IL MELOGRANO

RUMMAN, Punica granatum,  Malum punicum, Malum granatum, Pomo saraceno, Melograno.

melagrana_semi_del_frutto.jpg     Tanti nomi per un alberello della famiglia delle Lythracee che per la sua bellezza, le sue storie, la sua simbologia e infine le sue proprietà li merita tutti.

Il nome Rumman, con cui è conosciuto in Palestina viene dall’antico egiziano “Rmn” e dato che la pianta ha la sua origine nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e l’Asia occidentale, a pieno titolo questo nome gli spetta come originario.

I romani invece lo chiamarono Punica granatum, che oggi è anche il suo nome scientifico, composto secondo la nomenclatura  linneiana dal genere Punica –  attribuitogli perché arrivò attraverso i cartaginesi –  e  dalla specie granatum, nome dovuto ai tanti grani che ne compongono il frutto.

Di miti e leggende intorno al melograno ne sono fioriti veramente tanti, sia per la bellezza dei suoi fiori, sia per la particolarità dei suoi frutti. Anche le religioni lo hanno fatto proprio: il Corano lo considera come uno degli alberi del giardino del paradiso; la Bibbia lo cita come il quinto albero della terra promessa ma ne prende in considerazione soprattutto il frutto come simbolo di onestà e rettitudine per il numero dei suoi  grani, 613 come i 613 precetti della Torah che, secondo la tradizione ebraica, devono  rappresentare l’agire saggio e corretto di ogni ebreo.

In realtà i grani della melagrana, botanicamente detti arilli, non sono esattamente 613 ma questo non toglie importanza alla sacralità del frutto e in fondo, pensandoci bene, neanche i 613 precetti della Torah sono tutti rispettati dagli ebrei, in particolare dagli ebrei israeliani. Basti citarne qualcuno, come ad esempio:  non umiliare gli altri; non opprimere il debole (l’orfano, la vedova);  non spargere calunnie riguardo al prossimo;  non cercare vendetta; prova pentimento e ammetti il peccato compiuto; non rubare; rispetta la legge per l’offerta di pace; restituisci gli oggetti rubati e, se non puoi, almeno il loro controvalore; non uccidere; non uccidere l’assassino prima che abbia avuto un processo; non abbattere alberi da frutto neppure durante una battaglia ….

Penso possa bastare per dimostrare che l’agire di Israele rispetto ai palestinesi rende evidente a tutti che molti dei 613 precetti non vengono rispettati  e quindi non è un grosso problema se la melagrana, pur non avendo esattamente 613 arilli, viene collegata alla Torah!

Un ruolo meno imprudente, e non giocato sul numero dei grani ma sulla loro bellezza,  viene assegnato a questo frutto nel Cantico dei cantici che si dice scritto da Salomone. Qui, in una  similitudine ricca di sensualità, come del resto lo è l’intero Cantico, a uno spicchio di melagrana viene paragonata la guancia della sposa in un crescendo di apprezzamenti alla sua bellezza  che –  allegorie religiose a parte –  rendono chiaro che l’amore cantato è inteso anche come amore fisico. La donna amata non ha soltanto la gota bella come spicchio di melagrana, ma è paragonata a un intero giardino di melograni che si offriranno all’amore durante la fioritura. Altra immagine, questa, che non lascia dubbi interpretativi e che nobilita tanto il melograno quanto il piacere di amare come essenza della vita.

E infatti questo frutto si presta da sempre a interpretazioni legate alla sfera della sensualità e della fertilità, basti pensare che tra i suoi simboli più antichi c’è quello dell’erotismo e dell’invincibilità attribuitogli già dai babilonesi tramite la figura di Ishtar,  dea dell’amore e della fertilità ma anche della guerra. Simbolo  riproposto nel legame vita-morte-vita dalla mitologia  greca. Leggende e relative sfaccettature simboliche sono numerosissime ma tutte, comprese quelle di natura religiosa, hanno in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale.

In una di queste leggende, l’albero di melograno sboccia dalle gocce di sangue di Dioniso, figlio adulterino di Zeus, ucciso dai Titani per volere di Era, gelosa moglie del dio dell’Olimpo, secondo lo schema tipico della cultura patriarcale che informa tutta la mitologia greca e che, tra un simbolo e l’altro, è arrivata fino a noi. Ma per quei miracoli tutti interni alla mitologia, il corpo del dio bambino viene ricomposto e Dioniso, rinato alla vita, diventerà il dio della gaiezza, dell’estasi, della libertà senza freni e il padre della vite. Non è un caso che sia nei paramenti sacri che negli ornamenti laici, tanto  nell’abbigliamento che nell’architettura, è facile rinvenire sia tralci di vite che frutti di melograno.melograno2

Anche nel mito forse più significativo del legame tra vita, morte e rinascita rientra questo frutto. E’ il mito di Persefone, la fanciulla rapita dal dio Ade, salvata da sua madre Demetra che riuscirà a ottenere il suo ritorno sulla terra ma, ingannata da Ade che ancora nell’oltretomba le offre sette chicchi di melagrana, la fanciulla vedrà compiersi l’incantesimo che la vorrà 6 mesi nell’Ade a governare il regno dell’aldilà e solo gli altri 6 mesi sulla terra a far fiorire la natura. Questa separazione-unione che va ripetendosi e che mantiene il senso della vita passando via via il testimone è un richiamo che ho sentito fare anche dal venditore improvvisato di succo di rumman nei pressi di Gerico, più precisamente vicino al santuario del “Monte delle Tentazioni”, quello di cui parla il Vangelo. Questo improvvisato barman, privato della casa grazie al mancato rispetto di uno dei precetti della Torah da parte degli israeliani, con uno spremiagrumi e un banco di legno s’è inventato un lavoro per sopravvivere e, preparandomi il succo, mi ha detto  che dalla morte di tutti quei chicchi nasce la vita per la salute di chi lo beve. Poi ha aggiunto, o almeno così mi è stato tradotto, “proprio come chi dà la propria vita per il suo popolo”.

Lui magari lo diceva solo per vendere più succhi, ma forse senza saperlo ha messo nella sua frase tanto il senso simbolico del melograno, quanto la ricchezza di nutrienti che tra vitamine, sali minerali, polifenoli, fibre, zuccheri e antiossidanti ne fanno un gioiello di cui già Ippocrate decantava le proprietà e ne prescriveva gli usi farmacologici oggi riconfermati dalle analisi scientifiche.  Ma prima ancora di lui, oltre 4500 anni fa, già gli egiziani lo usavano per scopi farmaceutici, in particolare ne usavano la scorza polverizzata come antielmintico.

Ippocrate, circa 2.500 anni fa ne utilizzava sia scorza che frutto per farne preparazioni a scopo antinfiammatorio, astringente, antibatterico, gastroprotettivo, vasoprotettore  e ricostituente. Oggi sappiamo che i suoi studi empirici erano corretti e, infatti, sia il frutto che la corteccia hanno le proprietà che il grande medico gli aveva attribuito pur non conoscendo la composizione di alcuni elementi che solo con l’invenzione del microscopio sarebbe stato possibile studiare.

Nel succo degli arilli sono presenti in alta quantità le vitamine A, B, E, C e K , ma i componenti più significativi che fanno della melagrana un cardioprotettore e un alleato contro l’invecchiamento cellulare e, sembra, addirittura un killer delle cellule cancerogene, sono i polifenoli, gli antiossidanti e soprattutto l’acido ellagico.

Ma vediamolo nelle sue caratteristiche botaniche questo alberello che difficilmente supera i 4-5 metri. Le varietà della specie botanica, dovute tutte a ibridazioni da laboratorio, sono oltre 300 e proprio a Gerusalemme, presso l’Università Ebraica nella parte occupata illegalmente da Israele,  sorge il maggior centro mondiale di studi sull’ibridazione del Punica granatum.melograno 3

Quest’albero non ha bisogno di grandi risorse idriche, anzi ama i terreni semi aridi e quindi può essere facilmente coltivato anche dai palestinesi le cui risorse idriche, come si sa, sono state decimate dall’occupazione.

Il melograno ha anche avuto la fortuna di non finire in massa sotto la mannaia che ha privato i territori palestinesi di circa 3 milioni di alberi di olivo e infatti, chiunque vada in Palestina, troverà facilmente un venditore di succo di rumman che per pochi shekel (moneta israeliana che i palestinesi sono costretti a usare poiché la lira palestinese è vietata dall’occupante) fornirà una dose di antiossidanti, vitamine, sali minerali e acido ellagico prodotta là per là e indiscutibilmente buona.

La specie originaria del Punica granatum ha foglie rosse al loro germogliare che poi assumono un colore verde chiaro, sono ovali, a margine intero, lunghe dai 4 ai 7 centimetri. I fiori sono di color rosso vermiglio generalmente a 4 petali e particolarmente belli. Il frutto è una bacca tondeggiante dalla scorza coriacea il cui nome botanico è balausta. Al suo interno è ripartito in setti fibrosi che separano i circa 600 arilli in diversi gruppi.

Questa è la stagione in cui la melagranata si trova anche in Italia e approfittare di quei 50 ml quotidiani di bontà antiossidante, antidepressiva e anticancerogena non è difficile. In questo periodo in alcune regioni del nostro Sud questo frutto si usa anche per preparare dolci legati alla commemorazione dei morti, proprio per quella specie di filo che, come diceva il venditore del Monte delle Tentazioni, unisce la fine della vita  alla rinascita.

Per riportare in una stessa sfera, o meglio in una stessa coppa i due frutti che la mitologia greca ha legato a Dioniso, consiglio a chi ama il vermouth, che altro non è che la voce casareccia del più elegante Martini, di lasciar macerare in un litro di vino secco di buona qualità e di elevata gradazione, un quarto di scorza di balausta per un mese, al buio e ovviamente con un tappo ermetico. Filtrate dopo un mese e avrete un ottimo cugino del Martini dry con cui potrete inaugurare l’anno nuovo accompagnandolo con chicchi sciolti di melograno che portano di sicuro salute e qualcuno dice anche fortuna.

Anche il capodanno ebraico, cioè il Rosh ha-shanah,  prevede il consumo della melagrana come alimento di buon augurio e questa prima di essere consumata  viene benedetta con una formula che dice “i nostri meriti siano numerosi come i semi del melograno”. Per capire come andrà l’anno nuovo nei territori che sono ancora costretti a subire l’arbitrio israeliano, è necessario interpretare cosa intende per “meriti” chi occupa la Palestina sbandierando diritti di provenienza biblica.

Intanto gli alberelli di melograno sembrano in festa e le loro grandi bacche si stanno aprendo un po’ ovunque, la loro corteccia ormai è rossa e gli arilli chiedono di essere consumati per ricominciare il ciclo. Anche su terra arida, anche con due sole gocce d’acqua il melograno manda a dire che la vita non si ferma.

Patrizia Cecconi