Oddio, san Valentino pure qui! però…..

Anche oggi piove. Ha ripreso a piovere da qualche giorno e fa anche freddo. Però devo andare per forza a Gerusalemme e affronto la pioggia. C’è anche nebbia lungo la strada. Ma tanta 16732174_10212307472426484_1777984722_onebbia. Più che a Milano. Poi però, miracolosamente, appena il bus arriva al check point DTO, subito prima del tunnel lungo la strada Betlemme-Gerusalemme, la nebbia si dirada. Proprio qui, dove sono i soldati  israeliani. Di botto.  Che coincidenze strane avvengono su questa terra! Il bus si ferma e salgono due eletti del Signore armati come sempre. Strana fatalità! Roba che a fissarcisi un po’ viene davvero da chiedersi se Dio non abbia un occhio di riguardo per 16731326_10212307472946497_1838517572_o-1questa gente che – atea o credente che sia – lo riconosce come proprio agente immobiliare e lo piazza, rigorosamente senza effige, of course, ma ugualmente e inequivocabilmente identificabile in ogni logo che abbia a che vedere con Ia propria pretesa identità territoriale.

Comunque, coincidenza o meno, la nebbia si è dissolta. Ora passiamo accanto alla collina Cremisan e possiamo vedere a distanza l’insediamento di Gilo che verrà unito ad Har Gilo, altrettanto illegale, rapinando altre terre tra le più belle e fertili della Palestina.

Il viaggio prosegue. Solo 12 chilometri ma ci vuole un po’.  Intanto penso che oggi, 14 febbraio, è san Valentino. Giornata abbastanza fasulla ma, vuoi per far girare l’economia, vuoi per “la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude” come recita un bel verso di D’Annunzio, anche qui viene festeggiato.

E’ già qualche giorno che orsetti rossi, abat jours rosse, oggetti vari robandiera-frontessi e bandiere rosse invadono il suq di Betlemme e le sue strade. Le bandiere poi sono ovunque, anche dentro l’università. Non sapevo il perché di tutto questo rosso e ho chiesto a uno studente. Mi ha risposto semplicemente così: “George Habash” e s’è a16731364_10212307473426509_1197573857_o-1nche stupito che io sapessi chi fosse e, detto per inciso, lo apprezzassi! Sì, ma che c’entra Habash con gli orsi e le abat jours? Ovviamente c’era stato un equivoco, lui parlava solo delle bandiere, io invece chiedevo il perché di tutto quel rosso!

L’ho capito ieri. Guardando bene tutti i pupazzi, le abat jours, le scatole e scatolette ho visto che c’era sempre un cuoricino. Ecco qui! La globalizzazione porta sia le zucche di Halloween che i cuori di san Valentino ovunque! Ma qui sc16731792_10212307473266505_799039750_o-1opro qualcosa di più. Lo scopro oggi perché essendo il giorno di san Valentino mi arrivano un po’ di foto-messaggi. E’ una cosa tutta locale. E’ dovuta alla situazione specifica, ai tanti cuori spezzati davvero, non per “la favola bella” dedicata a qualche Ermione, ma per l’agire dei colleghi di quegli stessi eletti armati che sono saliti sul bus al check point DTO fuori Beit Jala.

La cosa specifica della Palestina che mi arriva in forma di foto riguarda ragazzi che forse stasera avrebbero festeggiato emozioni e sentimenti che a 20 anni sono il motore della vita e che invece il loro buffo orsetto rosso lo vedranno deposto sulla pietra che copre il loro corpo o davanti ai ritratti che li ricordano. Sarà un dolore ammantato di dolcezza ma sarà un dolore. Poi, senza abbandonare né il volto, né il ricordo di questi ventenni, o diciottenni, o a volte meno che sedicenni  stroncati dal fuoco degli occupanti, la vita riprende a scorrere, anche nel loro nome e nel loro – a volte involontario – sacrificio.

E così,16732079_10212307472546487_633127209_o-1  anche se la festa di san Valentino nel mio paese mi sembra essere piuttosto fasulla, qui mi pare che possa assumere un valore diverso: è la vita che comunque continua, tanto che gli auguri investono tutti, compreso chi è soltanto percepito come amico di questo popolo. E allora che dire? Un po’ obtorto collo e chiudendoli in uno specifico assolutamente specifico mi associo agli auguri e vado a festeggiare il compleanno di un giovane amico palestinese che è nato proprio come oggi, ma una trentina di anni fa. Eccomi Bilal, arriverò sul tardi (o forse domattina) ma arriverò anch’io.

TERRITORIO e IDENTITA’. La Palestina attraverso il suo ambiente naturale.

Ciao, dopo parleremo dell’olivo, ora mi rivolgo a chi segue la rubrica Territorio e identità sull’agenzia di stampa NenaNews, ma anche a chi segue altre rubriche come Cibo e identità e anche a chi non segue rubriche ma si aggiorna su NenaNews, una delle pochissime fonti oneste circa il Medio Oriente e la Palestina in particolare. Nena news è come i fiori … scusate eh, se mi rifaccio al tema di questo blog, cioè “fiori di Palestina” : se non ha acqua non cresce, anzi rischia di brutto. E se Nena si essicca chi ci dice cosa succede in Palestina? Marrazzo? Molinari? I cronisti di Repubblica o del Corriere?

Insomma, se riusciamo a mandare un contributo avremo la possibilità di essere ancora informati. Sennò la vedo dura. Anche se 10 o 20 euro sono pochi, se tutti i ventimila lettori di Nena volessero metterceli si arriverebbe a 200.000 euro o a 400.000. Insomma una bella boccata d’ossigeno con poco sforzo individuale. Poi, chi si schifa di mandare 10 o 20 euro può pure mandarne 100, certo, non avrà molti compagni di bonifico, però lo può fare! Ecco i dati: conto corrente Intestato a: NENA NEWS – Associazione di Promozione SocialeIBAN: IT 43 T 02008 05286 000103061447.  Ed ecco il link completo, annaffiamo NenaNews, dai!! http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fnena-news.it%2Fsostieni-il-lavoro-di-nena-news%2F&h=GAQFS6OQZ&s=1

E ora l’articolo sull’olivo. Scritto un mese e mezzo fa e già pubblicato da Nenanews.

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Olivi plurimillenari dell’orto dei Getzemani. Gerusalemme.

E’ il momento di parlare dell’olivo. E’ il momento in cui la fatica della raccolta si è trasformata in gioia nell’assistere alla mutazione in liquido prezioso e denso di quei milioni di piccole drupe che hanno segnato le civiltà del Mediterraneo.

Forse nessun albero come l’olivo ha visto il passaggio della coltura in cultura e il diventare l’una parte integrante dell’altra.

Nella sua forma originaria, cioè prima dell’antichissimo addomesticamento, l’olivo  si presentava in forma selvatica, tuttora  esistente e comunemente definita “oleastro”, capace di produrre drupe più piccole e più amare dell’olivo domestico.  La sua origine allo stato selvatico è rintracciabile nel Vicino Oriente, da dove si sarebbe estesa in tutte le aree del Mediterraneo.

Il primo addomesticamento sarà ad opera degli agricoltori siriani, ma la leggenda sicuramente più affascinante circa la sua origine  ce la regala la Grecia con uno dei suoi miti. L’olivo sarebbe infatti un regalo di Atena, la dea del sapere e della saggezza. Un regalo che viene preferito al regalo offerto da Poseidone, il dio del mare. Poseidone offriva una fonte di acqua salata e un cavallo da battaglia, quindi un simbolo di guerra. Atena invece offre un simbolo legato al nutrimento, alla terra, alla vita, quindi alla pace. E questo simbolo l’olivo lo porta da sempre. Lo porta ancor oggi perfino in Palestina dove gli olivi palestinesi distrutti dal giorno dell’auto-proclamazione dello Stato di Israele ad oggi pare si aggirino sui 3, forse 4 milioni.

Chiunque abbia avuto a che fare con un oliveto, anche piccolo, può capire il rapporto che s’instaura tra questi alberi e chi li coltiva, e  quindi può capire appieno il dolore provato da chi ha visto mutilare, estirpare o abbattere queste piante che tuttora sono per ogni palestinese il  simbolo dell’attaccamento alla terra e della sua sacralità. L’olivo è stato cantato, illustrato, coltivato, amato e, per quanto possibile, protetto fino a diventare l’albero simbolo per antonomasia della resistenza.

Proprio qui, in Palestina,ci sono esemplari  pluricentenari e millenari, contorti, sofferti, ma bellissimi. Israele quelli ora non li distrugge più. Ha capito che sono una ricchezza e allora ogni tanto, in tutta impunità, ne espianta qualcuno e se lo porta via, oppure ci fa una splendida figura offrendolo in dono a qualche paese straniero, come ad esempio l’olivo centenario che fa bella mostra di sé a Roma, di fronte alle antiche colonne dei fori imperiali, con tanto di tanga in cui si legge l’omaggio di quello Stato  al popolo romano. Ma Israele ha meno di 70 anni e l’olivo donato ne ha molti di più, quindi è stato donato a Roma un albero palestinese probabilmente sottratto a dei fellain che non hanno potuto impedire l’illegale confisca.15942374_10211963817835334_1457769329_n

Ma torniamo all’albero per osservarlo dal  punto di vista botanico ed erboristico.  Sì, erboristico, perché non molti lo sanno, ma l’olivo ha delle ottime proprietà officinali.

Il suo nome scientifico è olea europaea, anche se le sue origini sono asiatiche. Ama il sole e i terreni sciolti, la sua chioma è sempreverde e proprio dalle foglie e dalle gemme si ricavavo rimedi erboristici di grande efficacia per contrastare l’ipotensione. Oltre a tinture madri, a gemmoderivati e a tutto ciò che si può acquistare in erboristeria, una preparazione officinale domestica efficace come ipotensivo ed ipoglicemico è il semplice infuso di foglie giovani. Quindici foglie in un quarto di litro d’acqua bollite per 5 minuti. Ne risulta una bevanda particolarmente amara ma estremamente efficace, utilizzabile anche come cura prolungata in quanto non ha tossicità. Due infusi al giorno aiutano il colesterolo e contrastano diabete ed ipertensione, quest’ultima considerata causa prima di ictus ed infarti.

La Palestina antica, ovvero la terra di Canaan, prima che venisse invasa dagli ebrei guidati da Giosuè, era già ricca di oliveti, tanto che lo stesso Giosuè, secondo la Bibbia, disse al suo popolo, allora ancora  formato da pastori nomadi: “vi ho offerto un paese che non avete coltivato e potete mangiare i frutti di viti e olivi che non avete piantato”.

Ma nulla è eterno e il passaggio di tanti popoli e tanti diversi dominatori su questa terra lo dimostra. L’olivo però resiste e nonostante espianti e distruzioni è ancora un simbolo per quella terra e per ogni palestinese.

Nell’antichità il suo olio è stato usato per scopi sacri oltre che per alimentazione e cura. Ungere un corpo con l’olio d’oliva significava dargli sacralità, essere introdotti in qualche modo nella sfera divina. Questo valeva per gli ebrei, tanto che la Bibbia narra di come Samuele dovrà ungere Davide su indicazione del Signore facendone il suo prescelto. Lo sarà per i cristiani, Gesù Cristo infatti è “l’unto” del Signore come attesta l’attributo nominativo derivante dal greco Kristos, cioè “unto”, ma lo era anche per gli egiziani e per i greci e per romani. Nel VII secolo d.C. anche Maometto parlerà dell’olivo come “l’albero benedetto…..il cui olio illuminerebbe anche se non toccasse fuoco” e lo farà nella surat sulla luce dove si legge che “Dio è la luce dei cieli e della terra….” .

Albero benedetto, simbolo di pace, di rigenerazione e di resistenza, albero che, parafrasando lo storico contemporaneo Fernand Braudel unisce due civiltà del Mediterraneo separatesi nel corso dei millenni per religioni, costumi e bevande, ma unite da quell’originaria coltura dell’olivo che ne ha fatto sorgere la comune civiltà, quella che, per citare un altro storico, non contemporaneo ma di 2500 anni fa, fece “emergere dalla barbarie i popoli del Mediterraneo”. Così infatti scriveva Tucidide nel V secolo a.C.

Le leggende, i miti, l’uso prezioso dei suoi frutti, usati già nella forma selvatica come attesta il più antico ritrovamento, risalente a circa 6.000 anni fa sulle coste dell’antica terra di Canaan, le coste da cui partivano i Fenici con il carico di quel che loro chiamavano “oro liqui9781784530716do”,   tutto questo infatti – per i simboli che viene ad assumere, per le leggi che sono state emanate a sua difesa già 2500 anni prima di Cristo, e per le creazioni letterarie e artistiche – unisce e trasforma la coltura dell’olivo come pianta nella cultura dell’olivo come simbolo identitario di una determinata civiltà.

Non a caso il più grande poeta palestinese, Mahmoud Darwish, intitolerà proprio  “Foglie d’ulivo” la sua prima raccolta di poesie e molti anni dopo definirà il suo sogno di libertà per il popolo palestinese
come un’immagine che sorge da un sasso circondato da due ramoscelli d’olivo.

Patrizia Cecconi
29 Novembre 2016

Come i cipressi di Betlemme.

La punta va a toccare il cielo e le radici sprofondano nell’Ade, unendo eternamente la morte alla vita come avviene per ogni figura che vivrà per sempre nel ricordo di chi resta.  Che la tua anima riposi in pace, monsignor Capucci, mentre il tuo ricordo resterà con noi.15879256_10211910369779166_1687576595_n

 

E qui, in zuhurfilistin, cioè tra i fiori di Palestina credo sia giusto lasciare un omaggio a monsignor Capucci. Siriano, nato nella bellissima e martoriata Aleppo e votatosi alla causa palestinese da sempre.  Potrei scegliere un albero da dedicargli
e parlare di lui attraverso le sue foglie ma non lo farò. Preferisco un omaggio diretto e immediato perché per questo grande vecchio uomo non provavo solo immensa stima ma anche un grande affetto.

Non metto le mie foto accanto a lui perché mi sembrerebbe quasi di usare la sua immagine per ingrandire la mia. Neanche potrò andare alla funzione religiosa che lo ricorderà, ma sarà solo l’assenza di un corpo in mezzo alle centinaia, forse migliaia che saranno presenti. Io ci sarò da lontano e mi commuoverò pensando a tutte le volte che col pollice mi benediva facendomi la croce sulla fronte e mi diceva “cara, grazie ecc. ecc.”. Lui che diceva grazie a me! Incredibile! Una volta, qualche anno fa, avevo provato a dirgli che sono atea, ma lui mi rispose che a Dio non importava, fece una risata forte e mi benedì lo stesso. Da allora mi sono sempre presa la benedizione in silenzio e con un sorriso. Mai discutere con chi ha una convinzione forte come la tua ma contraria, non serve. Riduce il tempo destinato a fare cose più utili!

Fino a quando non è scoppiata la tragedia siriana, come lui stesso la chiamava, monsignor Capucci era amato e stimato da tutto il movimento pro-Palestina. Ma la “tragedia siriana” ha frammentato il movimento e per alcuni monsignor Capucci ha perso l’autorevolezza che gli spettava e che gli spetterà anche quando le sue ossa saranno diventate polvere.

Fino alle fine ha mantenuto la sua lucidità e non si è lasciato tirare la tonaca da chi voleva, sebbene in buonafede e vicino alle sue idee, “utilizzarlo” per mettere il suo peso sul piatto della bilancia siriana. La sua voce e le sue mani ormai erano tremanti, ma le sue analisi politiche precise e la sua volontà assolutamente ferma. Ad una parte di filo-palestinesi, quelli che hanno scelto di schierarsi con i cosiddetti ribelli, le sue idee non piacevano e qualche volta hanno scritto cose molto pesanti. Ma l’arcivescovo di Gerusalemme in esilio era al di sopra e il suo autentico amore per la Palestina era a sua volta al di sopra e invitava ad andare avanti.

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Fino a qualche anno fa per me monsignor Capucci era “solo” il grande uomo che si schierava per la giustizia come elemento indispensabile alla pace, e lui alla pace – quella giusta – mirava.

Quando nel 1974 venne arrestato perché nel suo portabagagli c’erano armi per la resistenza palestinese fu facile per i media (più o meno, ma sempre filo-israeliani) definirlo terrorista e amico dei terroristi. Erano i media dalla memoria corta e dall’interpretazione del diritto debole a dire così. Lo fanno ancora oggi. Del resto è facile definire terroristi e chiudere la questione coloro che si battono, senza avere un esercito, per liberare il proprio popolo dall’occupazione militare di eserciti ben riforniti.

Quando venne arrestato io avevo cominciato da poco a occuparmi di Palestina. Erano anni magici gli anni “70. Allora si credeva davvero che ogni lotta sarebbe stata vincente se il popolo l’avesse abbracciata con consapevolezza come aveva fatto per il Vietnam. Si pensava fosse solo questione di tempo. Non di molto tempo. Per monsignor Capucci si levarono tante voci a chiederne la liberazione. Anche se la narrazione israeliana ha sempre beneficiato della menzogna ben confezionata, erano anni in cui il popolo palestinese veniva percepito per quel che era: un popolo privato delle sue case, della sua terra e infine schiacciato dall’occupazione militare. Un popolo che, anche per il diritto internazionale, aveva ed ha il sacrosanto diritto a difendersi.

Dopo qualche anno Capucci venne liberato grazie alla mediazione del papa Paolo VI e condannato all’esilio. Io personalmente non lo conoscevo ancora. La prima volta che parlai con lui vis à vis deve essere stato una quindicina di anni fa.

Ricordo perfettamente il luogo e il momento dell’incontro. Lui aveva terminato un bellissimo discorso  e  aveva concluso ripetendo quello che era un po’ il leit motif dei suoi interventi e cioè qualcosa del tipo “io sono un uomo qualunque, rispetto il volere di Dio, è Lui che mi ha dato il compito di lottare contro il male e l’ingiustizia. Un giorno tornerò nella mia Gerusalemme”.

La sua Gerusalemme, invece, l’arcivescovo melchita non l’avrebbe più rivista.

A Ramallah, presso la casa delle “sorelle melchite” che vendono i più bei ricami tradizionali delle donne palestinesi, mi chiedevano sempre di lui e a volte mi davano dei ricami da portargli. Una frase ricorrente, detta senza convinzione ma come buon auspicio era sempre questa “il più bel regalo per noi sarebbe avere di nuovo qui monsignor Capucci, prova a portarcelo!”. L’ultima volta l’ha ripetuta anche abuna Giulio il quale, per il poco che lo conosco e per i discorsi fatti a quattr’occhi circa la situazione attuale, mi sembra appartenere alla stessa pasta di monsignore.

Ora purtroppo non lo aspetteranno più.15823581_10211880283627031_6758765518704702130_n

Sui nostri social sono apparse tante foto e tanti ricordi, stralci dei suoi discorsi e delle sue lettere. Parole di stima e di affetto. Poi qualcuno ha anche voluto ferire la sua immagine perché non ha condiviso le sue scelte circa la Siria. Poco male, immagino il viso di questo vecchio uomo, benevolo, un po’ ironico e un po’ severo e vedo il suo modo di strizzare gli occhi, fare un gesto con la mano e con la testa come a mandar via un soffio di fumo e dire, col suo accento di antico straniero: “va bene, va bene, non farci caso, loro credono così, noi intanto cerchiamo la pace e andiamo avanti”.

Cerchiamo la pace e andiamo avanti. E la pace non si cerca piegando la schiena all’oppressore, questo lo sapeva bene l’arcivescovo di Gerusalemme e infatti non l’ha mai piegata. Applicava il Vangelo sostenendo i deboli contro i potenti e sapeva che i mercanti dal tempio si cacciano con la frusta e non con gli inchini.

Ricordo un suo intervento a piazza del Popolo un po’ di anni fa, quando salutò dicendo “intifada fino alla vittoria”. Il giorno seguente giornali e giornaletti filoisraeliani si scatenarono contro il prelato che “inneggiava al terrorismo” ignari del fatto che intifada significa rivolta e che la rivolta contro l’oppressore è un diritto irrinunciabile non solo a livello morale, ma anche a livello di legalità internazionale, basterebbe leggersi la IV Convenzione di Ginevra!

Sì, abuna Hilarion, intifada fino alla vittoria! e visto che questo ricordo lo pubblico nel blog “fiori di Palestina” devo proprio cercare un fiore o un albero cui legarlo. Non per parlare di te attraverso l’albero, solo per legarlo al tuo ricordo.

Scelgo uno degli alberi che affacciano sul sagrato della Natività, a Betlemme, il cipresso.  Lo scelgo perché è il simbolo dell’eternità, così almeno secondo il mito greco che trasformò il principe Cyparisso in questo albero dall’assoluta verticalità. La punta va a toccare il cielo e le radici sprofondano nell’Ade, unendo eternamente la morte alla vita come avviene per ogni figura che vivrà per sempre nel ricordo di chi resta.

E prossimamente, per Territorio e identità, scriverò un articolo sui cipressi palestinesi. Che la tua anima riposi in pace, monsignor Capucci, mentre il tuo ricordo resterà con noi.

Patrizia Cecconi

4 gennaio 2017

Da Brescia a Gaza. Contaminazioni e suggestioni narrative.

9Vedere Brescia per la prima volta, ma averla nel cuore praticamente da sempre, è stato bello.

L’avevo conosciuta e studiata già alle elementari come “la leonessa d’Italia” per la sua eroica resistenza agli occupanti austriaci nella 1^ guerra d’indipendenza nel 1849. Resistenza stroncata, ma non annientata, con la fucilazione degli insorti (i Martiri di Belfiore) ordinata dal feldmaresciallo Radetzky che, da quando avevo una decina d’anni ad oggi, ancora mi chiedo per quale vergognoso motivo meriti di avere intestate le strade in molte città italiane. Sarebbe come se, una volta vinta la lotta contro l’occupazione, la Palestina intestasse delle strade a Sharon o a Begin o a quell’altro criminale di Netanyahu o magari a Moshe Dayan solo perché era un “grande” stratega.1

Tornando a Brescia, città studiata ancora alle superiori per la resistenza partigiana ai nazi-fascisti nella 2^ guerra mondiale, resistenza particolarmente eroica sapendo che la famigerata Repubblica Sociale Italiana –  quella che usava gli stessi metodi della coeva e criminale banda Stern di cui era esponente anche il futuro primo ministro israeliano Ytzahk Shamir – ebbe il suo quartier generale a Salò, proprio nella provincia bresciana. Continua a leggere

Riflessioni e ricordi recenti, assolutamente personali, che condivido con chi vuole leggermi.

“Una sola cosa il destino non può fare: distruggere i semi che sono finiti nella terra. Prima o poi germoglieranno”

Ieri ho lasciato la Palestina. Questi primi nove mesi del 2016 li ho passati prevalentemente qui e sono stshatti-campati mesi duri. A gennaio ho assaggiato il freddo gelido di Gaza visitando luoghi che dovrebbero far  vergognare e indignare ogni essere umano, ma luoghi in cui, nonostante tutto,  la dignità è molto spesso elemento portante della resilienza oltre che della resistenza e dove, se non hanno niente, neanche una stanza per ospitarti, ti offrono comunque tè e sorrisi.14182172_10210655693213036_729145346_n

Febbraio, marzo e aprile li ho  passati tra Cisgiordania e Gaza con qualche passaggio nella Palestina del “48 e ci sono stati giorni belli e anche bellissimi, e giorni duri. Ma anche i giorni duri sono stati sempre giorni privilegiati rispetto a quelli vissuti dal popolo palestinese. Sono stati pubblicati molti articoli in quel periodo e sono ancora leggibili negli archivi di Nena News, dell’Antidiplomatico e di Comune-info.

In quei mesi ha preso forma concreta il progetto Ibnatu Canaan che poi tra maggio e agosto si è stabilizzato. Il 23 giugno, nella terra che da terra qualunque vicino Jericho diventava “la” terra della futura oasi su cui stavo/stavamo lavorando-sognando è stato piantato il primo albero alla memoria di Fares Odeh. 4-fares-odehMa qualcosa, diciamo il destino, tramava nel buio e si sarebbe manifestato in tutta la sua capacità negativa solo più tardi.

A settembre ho vissuto i giorni più duri, quelli in cui la delusione  ha macchiato di un nero opaco e soffocante il mio ultimo soggiorno palestinese. Un nero rimasto sempre nel sottofondo delle mie giornate nonostante la presenza di amiche e amici simpatici sia palestinesi che italiani, alcuni di questi venuti apposta per conoscere con me la Palestina. Un nero opaco rimasto in sottofondo anche durante qualche “sfizio” palestinese come la giornata al Mar Morto con Meri, Abdallah, Nadia, Morad  e altri amici, 14494893_10209535463377172_3488087015746325187_n           o lo sfarzoso matrimonio palestinese in cui non sono mancate risate allegre,

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o la cena in casa Laham con ottimo “ousi fi jaja” preparato da Azizeh ousi, ed altri momenti da ricordare di una Palestina vissuta non in veste di militante ma di semplice amica di questo popolo.

Anche in questi momenti quel fondo cupo è stato il mio compagno costante. Perché? non solo per l’infamia continua dei militari occupanti, per le uccisioni quotidiane che non fanno più notizia.        Non fa notizia neanche il massacro costante che sta rendendo la Siria un lago di sangue, figuriamoci se può farne lo stillicidio di vite palestinesi per mano dell’esercito più criminale e più coccolato del mondo!

No, quel nero opaco che è stato con me in quest’ultimo periodo di vita palestinese, con punte di dolore acutissimo, era un lutto personale.

Un lutto, sì, perché a settembre si è consumata la morte prematura  di Ibnatu Canaan, il progetto al quale avevo dedicato tutte le mie energie e che doveva crescere come una figlia. Il progetto che avrebbe restituito bellezza e armonia , laddove la mano dell’occupante ha portato deserto e degrado. Dove un’oasi avrebbe restituito sacralità alla terra e avrebbe ospitato seminari e laboratori di arte, di storia, di botanica, di recupero della memoria, di  cultura, di musica, di tutto ciò che rappresenta l’identità culturale di questo popolo che Israele vuole cancellare.

Non è colpa di nessuno. E’ stato solo il destino.

La realtà si è mostrata piano piano, come un fantasma che agitava un velo con una scritta che si intuiva da un po’, ma ancora non si leggeva bene. Poi quella scritta è apparsa improvvisamente in piena luce e come un violento schiaffo ha detto al progetto in cammino di tornare ad essere sogno. Lo ha cacciato nell’angolo dei sogni proibiti, dei sogni perduti. Dei  sogni traditi.

Ibnatu Canaan non esiste più. Ora è tornata una terra qualunque. Gli obiettivi di lavoro politico, culturale, sociale che ne avrebbero fatta la “figlia” amata sono persi. Ora è solo un piccolo appezzamento semidesertico in cui forse nascerà un altro progetto. Forse – se il destino non sarà ancora così perfido – nascerà un progetto simile a quello perduto, sarebbe bello, ma non sarà più il mio.

Forse invece nascerà solo una villetta privata. O forse, forse, chissà….

Torno in Italia con l’amarezza di essere stata tradita dalla realtà. Una realtà che è fatta anche di rigidità culturali, di frustrazioni e di scelte dovute all’infame occupazione militare che ingabbia le anime e i corpi che vogliono libertà. Una realtà che comunque ha schiacciato per sempre il sogno contro cui ha lottato con durezza e, purtroppo, ha vinto.

Altri progetti mi riporteranno in Palestina, altri sogni di bellezza per un popolo che il mondo ha abbandonato sotto le grinfie di Israele e che sta scoppiando e implodendo nello stesso momento.

E Ibna resterà nella teca delle cose belle ma impossibili su cui ogni tanto tornerà la memoria, accarezzandola con un po’ di malinconia, e sorridendo con un filo di tristezza al ricordo di quei giorni magici che le avevano dato il nome.un-oasi-per-ricominciare-an-oasis-to-restart

La vita è dinamica, e il destino arriva come un tornado che combina e scombina ogni cosa! È andata così, zaino in spalle e si riparte.

Una sola cosa il destino non può fare: distruggere i semi che sono finiti nella terra. Prima o poi germoglieranno.20160311_174139

Roma, 7 ottobre 2016

 

ODE ALL’AILANTO, odiato anarchico del regno vegetale

Il suo nome, “Ailanthus altissima”, significa albero del paradiso. Così infatti è chiamato  nell’isola Amboyna in Indonesia, quella da cui traggono ispirazione i quadri  naìf di Rousseau le Douanier, il pittore “dell’innocenza arcaica” che dipingeva occhi di tigre tra le lunghe foglie di quest’albero  e  le cui opere si trovano al Musée d’Orsay a Parigi.

Iniziare con un richiamo artistico è d’obbligo perché il povero ailanto in realtà, più che di apprezzamenti  è oggetto di un odio feroce da parte della “corrente botanica ariana” che vorrebbe sterminarlo per la sua crescita rapida e la sua diffusione anarchica, riuscendo a farlo odiare e a farlo sentire un pericoloso clandestino capace di togliere spazio alle piante autoctone di razza pura e origine controllata e garantita.

Qui in Palestina cresce rigoglioso e bello e non è certo lui a rubare la terra, ma qualcuno potrebbe sempre addossare a lui la responsabilità di aver lasciato al popolo palestinese solo qualche chilometro di terra pietrosa rubando quella fertilailanto-sulla-strada-per-hebrone. La realtà è ben diversa, ma di fantasia per giustificare oltre settant’anni di crimini ne è stata usata talmente tanta che un’affermazione del genere non sarebbe troppo diversa da quella di considerare, tanto per fare un esempio, il terrorista Begin un amante della pace e quindi premiarlo con un Nobel. Cosa realmente avvenuta nel 1978.

Tornando all’insolente ailanto, va detto che in campo artistico non solo Rousseau le Douanier lo ha magnificato, ma anche la scrittrice Betty Smith, autrice di “Un albero cresce a Brooklyn”. Dal suo libro, bellissimo,  Elia Kazan trasse l’omonimo film altrettanto bello. L’albero oggetto di libro e film  era proprio lui, l’odiatissimo quanto resistente ailanto. Era lui  l’unico albero che in uno squallido cortile abitato da poverissimi immigrati era riuscito a rompere il cemento e a crescere altissimo trasmettendo alla piccola Francie Nolan, protagonista del romanzo, la forza per riscattarsi dalla miseria e uscire dalla sofferenza così come l’albero del paradiso usciva dal cemento e germogliava rigoglioso nonostante i tentativi di abbatterlo.

Quest’albero fino a un paio di secoli fa se ne stava tranquillo in Estremo Oriente, sua patria natale, poi, dato che poteva nutrire un baco capace di produrre seta, una seta meno preziosa di quella del bombix mori, ma pur sempre una seta, e dato che  era così  bello – in Cina – e di così veloce crescita, a metà 1700 venne importato in Europa e pochi anni dopo in America.

 Ma i gusti cambiano e la moda non risparmia neanche i vegetali! Infatti il povero ailanto, da bellissimo esemplare esotico utilizzato per alberature stradali e per impreziosire i parchi, divenne l’albero odiato che oggi è, perfino qui in Palestina, dove la sua resistenza alle condizioni avverse dovrebbe sintonizzarsi con le condizioni di vita del popolo sotto l’occupazione.

Per dare ubetlemmena parvenza di  razionalità all’odio verso una pianta che rende verdi i terreni resi pietraie dopo il furto d’acqua, si è diffusa anche qui la credenza, smentita dai fatti, che l’ailanto secerne una tossina capace di uccidere le altre piante.  Così, la pianta pioniera che potrebbe essere utilizzata in modo razionale per alberare zone desertificate dal furto idrico, viene spesso percepita come pianta nemica.

Tuttavia, sulla strada che congiunge Gerusalemme a Hebron, diversi esemplari di ailanto fanno bella mostra di sé in alberature stradali, magari sono venuti su da soli, ma ora sono perfettamente integrati ed anche belli: sono diventati palestinesi, come il saber, la jawafa e tanti altri figli verdi della terra naturalizzati da secoli.

Invece che odiarlo e tentare, inutilmente, di estirparlo, quest’albero lo si potrebbe valorizzare e utilizzare come succede in Cina da migliaia di anni, secondo quanto  attestato dal più antico dizionario cinese e da molti antichi testi di medicina che ne propinano l’uso, tuttora valido, per curare problemi diversi, dalle affezioni nervose ai problemi intestinali fino alla cura per la forfora e la caduta dei capelli. Le sue proprietà antielmintiche potrebbero essere utilizzate in modo semplice ed economico nelle zone più povere della striscia di Gaza, laddove l’inquinamento da acque reflue, regalo di Israele, rende intere famiglie vittime di infestazioni da vermi intestinali difficilmente debellabili, mentre con qualche infuso di corteccia raccolta in primavera o in autunno il problema sarebbe risolto. Ed  ecco che l’odiato ailanto,  capace di resistere a 40° senza acqua per lunghi periodi, capace di crescere in terreni sabbiosi e salati, in fessure di rocce e in crepe del cemento, se ben trattato e tenuto sotto un razionale controllo, potrebbe trasformarsi in un vero amico.

La sua corteccia è liscia, le sue lunghe foglie sono composite e imparipennate, formate da numerose coppie di foglioline lanceolate.  Può raggiungere in pochissimi anni i 25 metri di altezza e la sua chioma, decidua, offre  un buon riparo dal sole estivo. I suoi fiori hanno colore giallo dorato che vira in rosso ramato conferendo un aspetto molto bello all’albero nel periodo della fioritura che dura fino a due mesi.  Chissà se tornerà il giorno in cui quest’albero potrà essere nuovamente apprezzato! In fondo non c’è niente di eterno tra i viventi, non lo sono gli imperi, non lgiovanissimo-esemplare-tra-i-ruderi-di-beit-sahouro sono i tiranni, non lo sono neanche le occupazioni militari e forse l’ailanto,  nonostante abbia il “grave difetto” di non essere un bene economico, potrebbe tornare ad essere apprezzato magari proprio a partire dagli usi officinali che la popolazione di Gaza potrebbe farne per contrastare le infestazioni di vermi dovute alla mancanza di acqua potabile e alle conseguenti condizioni igieniche causate dall’assedio israeliano.

Patrizia Cecconi

Una comunicazione da zohorfilistin

Gli articoli di questo blog relativi alla natura vengono tutti pubblicati da Nena News Agency, Agenzia di Stampa Vicino Oriente, nella rubrica “Territorio e Identità” e vengono rilanciati con propria presentazione dal quotidiano web  Comufiorine-info. Entrambe le testate sono assolutamente importanti, non per questi articoli sia chiaro, ma per il lavoro veramente prezioso che  svolgono quotidianamente: la prima sul Vicino Oriente e la seconda su tutto ciò che attiene al concetto di “bene comune”.

A queste due testate ora si aggiungerà l’agenzia di stampa internazionale Pressenza con la quale  è appena iniziata una nuova collaborazione a partire dal rilancio dell’articolo sul caprifoglio e che si allargherà ad altri temi, in particolare relativi alla Palestina.

Qualcuno ha scritto che i miei articoli sui “figli verdi della terra” sono ideologici, qualcuno ha scritto addirittura – udite, udite! –  che sono antisemiti! Anzi un sionista convinto si è scagliato con una certa furia (ma l’ho letto solo dopo qualche mese poveraccio!) contro il mio articolo sul Pistacchio, forse perché così, en passant, c’era cascata la dichiarazione di lord Balfour! Qualcun altro invece, al contrario, mi ha chiesto perché limitare questo blog ai fiori di Palestina, cioè zohorfilistin (che poi si legge zuhur) e ho risposto che anc14088739_10210538295398164_1105963145_nhe antologia significa raccolta di fiori (anthos e lego in greco che poi diventa florilegium in latino). Tutti noi abbiamo usato le antologie almeno durante la scuola e abbiamo visto che quei fiori raccolti non si limitavano certo ai fiori spuntati dalla terra!

Bene gli articoli raccolti in  questo blog, invece,  sono soprattutto sulla flora palestinese, ma altri “fiori” potranno aggiungersi man mano, proprio come vuole…. un’antologia!

Bè, per conclfiori di campoudere, vi dico che oltre a qualche critica sionista, mi sono arrivati anche tanti graditi apprezzamenti e per questo sto rilanciando, come mi è stato richiesto, i vecchi articoli. Comunque, oltre che sul mio blog sono tutti rintracciabili nell’archivio di Nena News,  la testata che come ho detto sopra, ha dedicato una specifica rubrica ai figli vegetali della terra palestinese, la rubrica che si chiama, appunto,  “territorio e identità”.

 

DOVUNQUE SPUNTA UN SABER…..

“In tutta la Palestina storica, ovunque vedrai spuntare un saber, fino al 1948 c’era un villaggio arabo.” Questo mi disse un giorno un prete cristiano in Palestina.

E’ cominciata così la mia attenzione al fico d’India, il saber appunto, nome scientifico: Opuntia ficus-indica. Famiglia delle Cactacee, genere Opuntia, specie ficus-indica. Originario del Messico e importato nel vecchio continente nel 1493 dagsaber ormi palestinesili spagnoli che devastarono il nuovo mondo appena scoperto.

Il fico d’India portato nel vecchio mondo si ambientò perfettamente nei climi aridi e tuttora vive bene su terreni pietrosi e assolati come se ne trovano in Palestina, ma anche nelle nostre regioni del Sud.

Gli arabi lo usavano, oltre che per i suoi frutti, per segnare i confini tra i diversi fondi e nelle campagne siciliane  quest’uso è ancora abbondantemente presente come lo era nei villaggi palestinesi. E’ proprio per quest’uso che il prete palestinese mi disse che avrei ancora potuto trovare traccia di alcuni degli oltre 400 villaggi rasi al suolo nel “48 dalle appena nate eppur già così “efficienti” forze israeliane!

In Palestina il fico d’India si è immediatamente naturalizzato e da diversi secoli è talmente diffuso che viene comunemente considerato originario di questa terra, in fondo così accogliente che lo lascia crescere ovunque, accettando che venga rappresentato  come un simbolo identitario quasi al pari dell’olivo.

Per esempio non fu mai rimproverato al regista  Franco Zeffirelli di aver preso la grande cantonata di inserire i fichi d’India nei paesaggi del suo “Gesù di Nazareth”, semmai ci si ride sopra!

Saber in arabo significa anche pazienza e mi dicono che il nome probabilmente nasce dalla pazienza necessaria a privare delle migliaia di spine i suoi buonissimi frutti i quali sono ricchi di calcio, fosforo e vitamina C.

I cladodi, cioè i fusti modificati che sostituiscono le foglie nella fotosintesi clorofilliana e che comunemente sono chiamati pale o, erroneamente, foglie, sono ricchi di una sostanza gelatinosa efficacissima contro gli accessi di tosse e in particolare contro la tosse convulsa.  Una volta privati delle spine sono anche buoni da mangiare, sia cotti che crudi e perfino in marmellata. Se cotti, il loro sapore ricorda quello degli asparagi e, oltre al piacere del gusto, va tenuto presente il loro effetto gastroprotettore  e la capacità di ridurre l’assorbimento di grassi e zuccheri aiutando il metabolismo glico-lipidico. I cladodi sono  un cibo ipocalorico ricco di fibre, pectine e mucillagini, tengono sotto controllo i tassi di glucosio e colesterolo nel sangue e favoriscono la digestione.

Il frutto del fico d’India, chiamato anch’esso fico d’India,  è una bacca, all’esterno ha ciuffi di aculei che ne rendono immangiabile la buccia, mentre all’interno ha una p14012205_10210484057642254_174589535_nolpa dolcissima, mucillaginosa e con molti semi ossei ed oltre ad essere di sapore ottimo ha  proprietà antisettiche, emollienti e lassative ed ha una comprovata  capacità di ritardare la crescita delle cellule tumorali. Inoltre è efficace nella cura del diabete, come le sue pale riduce il tasso di colesterolo nel sangue, è efficace nel curare i disturbi gastrointestinali.  Sia le pale che i frutti contengono poi vitamina A, B1, B2, B3 e C.

In particolare, l’alto contenuto di vitamina C ha fatto di questo cibo una delle prime cure contro lo scorbuto per i lunghi viaggi in mare già dalla fine del 1400. Nei frutti, ma soprattutto nelle pale, si trovano poi minerali importanti quali calcio, magnesio, ferro, potassio e rame.

I fiori del fico d’India sono di una rara bellezza. Spuntano sul marg14037596_10210484000560827_54340842_oine del cladodo ed hanno i petali lucidi e solitamente di colore giallo brillante. Fioriscono in questa stagione e dal loro ovario si sviluppa il frutto che maturerà in piena estate. Volendo, i frutti possono essere anche essiccati e conservati per l’inverno mantenendo molte delle proprietà che hanno da freschi, a parte alcune vitamine che vanno perdute durante l’essiccazione.

In Palestina, dove il saber cresce  praticamente ovunque, potrebbe svilupparsi con facilità una produzione, ovviamente biologica, di frutti essiccati e  le donne di alcuni dei villaggi di Gaza particolarmente massacrati dai bombardamenti israeliani e dalla povertà,  hanno preso in considerazione questa opportunità di cui ho parlato loro  proprio in questi giorni. Ora si tratta di lavorarci affinché possa svilupparsi questa nuova attività che produrrebbe insieme piacere per un cibo particolarmente gustoso e salubre e reddito per chi  vorrà farne un nuovo lavoro.

Oltre all’essiccazione del frutto, questa pianta può offrire facile applicazione in campo erboristico poiché il gel contenuto nei cladodi giovani, e ottenibile per semplice centrifuga, può essere consumato in modeste quantità prima dei pasti. Questo gel, legandosi ai cibi, porta ad un effetto che è insieme gastroprotettore, di controllo della massa ponderale, detossicante in quanto facilita il transito intestinale e, infine, come già detto, riduttore dei livelli di colesterolo e di zuccheri nel sangue. Il tutto con semplice ricorso alla natura la quale,  avendo generosamente accolto un figlio nato in un altro continente, si trova arricchita e pronta a condividere questa ricchezza chiedendo solo un po’ di “saber”, stavolta inteso come pazienza, per liberare dalle spine questo suo figlio oggi diventato palestinese.

Patrizia  Cecconi
 

L’ALLORO, o Laurus nobilis

E le braccia divennero rami e Dafne, ormai immobile alberello di alloro, poté sfuggire così all’impetuoso abbraccio di Apollo. Fermi i suoi piedi divenuti radici. Ferme le sue mani divenute foglie, Apollo non poté più possederla.13871957_10210333609961156_352155313_n

Più o meno così Ovidio racconta la metamorfosi della ninfa Dafne per fuggire all’inseguimento del focoso Apollo. Racconto mitologico che sotto lo scalpello del Bernini si trasformerà in uno  splendido quanto angosciante gruppo marmoreo.

Dafne voleva essere salvata sì, ma per seguitare a correre libera tra boschi e ruscelli come aveva sempre fatto, non per essere immobilizzata nella fissità di un’essenza vegetale. Perché dunque bloccare la ninfa  che era sulla sua terra e non bloccare Apollo che la insidiava? Ovidio non ce lo spiega, ci dice solo che l’alloro divenne la pianta sacra allo stesso dio che ne aveva indirettamente provocato la metamorfosi.

Ma l’alloro scavalca il mito e ci racconta una storia che nella terra in cui ha avuto origine seguita a ripetersi. Ma non si ripete come splendida fantasia letteraria che di ninfe, dei, destino e natura crea un insieme che trasforma la tragedia  in poesia. Si ripete solo come tragedia che vede il tentativo di fermare le braccia di chi vorrebbe correre libero nella propria terra, ma ne è impedito da chi quella terra vorrebbe illegittimamente farla propria.

L’alloro, originario dell’areale mediterraneo – Palestina compresa – cresce spontaneo fino a circa 800 metri slm. Nel Medio Oriente è usato da millenni per le sue proprietà officinali. In particolare la città siriana di Aleppo, oggi distrutta dalla guerra, era famosa già dal 2500 a.C. per il sapone ottenuto con olio essenziale di alloro che, a seconda delle proporzioni usate, aveva (ed ha) proprietà antisettiche, antinfiammatorie, curative per eczemi, dermatiti ed acne, nonché proprietà cosmetiche.     13931656_10210336383870502_564853335_o

L’alberello in questione non ha grandi pretese, del resto come tutti gli alberi che sopravvivono in Palestina, ed il suo esteso apparato radicale gli permette di sopportare bene la siccità. Ciò che non sopporta sono invece i ristagni idrici, ma quelli sono abbastanza difficili in questa terra visto che l’acqua finisce in massima parte agli insediamenti illegali ebraici e le colture palestinesi conoscono piuttosto scarsità che non eccedenza  idrica.

Le infiorescenze maschili e femminili di questa pianta dioica appaiono in primavera. Quelle maschili sono particolarmente belle perché il loro colore si fa quasi dorato e brilla tra le chiome verde intenso costituite dalle foglie coriacee, lanceolate ed aromatiche che coprono i rami in tutte le stagioni. Questa caratteristica fa dell’alloro un’essenza molto diffusa anche come ornamentale. L’impollinazione è anemofila e la pianta femminile, una volta impollinata, produce una drupa piccola, nero-violacea da cui si ricava l’olio essenziale per le tinture officinali utili contro i disturbi cutanei e per il sapone di Aleppo.

Anche le foglie, oltre ai frutti, sono ricche di principi attivi e vengono utilizzate per uso interno in decotti e infusi molto efficaci per alleviare dolori dovuti a gastriti e ulcere e per facilitare la guarigione da coliche addominali. Per uso esterno, invece, come rimedio a dolori reumatici, contusioni e distorsioni, oltre che per disturbi cutanei, è preferibile applicare sulla parte interessata la tintura madre ottenuta  dalle drupe.

Nell’antichità, oltre agli usi officinali, l’alloro era utilizzato come simbolo di sapienza e di gloria e infatti una corona fatta con le sue foglie cingeva la testa di poeti, atleti o condottieri considerati particolarmente degni di lode. Lo stesso termine “laureato” deriva dall’essere stato degno di ricevere il lauro.

Per quanto riguarda il suo utilizzo ornamentale, vediamo che molte statue sono cinte da siepi di alloro. In particolare una di queste lega in qualche modo l’Italia alla Palestina, non tanto per i lauri che una volta la circondavano, quanto per il suo significato storico. E’ la statua eretta a Genova alla memoria di un ragazzo che nel 1746  diede il via all’insurrezione lanciando un sasso contro i soldati occupanti. Al suo lancio seguì una fitta sassaiola che costrinse i soldati a ritirarsi. Dell’identità del ragazzo non c’è certezza, ma del suo gesto sì, tanto che in un documento  governativo del 1747 si legge che  la mano che accese il grande incendio, fu quella di un “picciol ragazzo, che dié di piglio ad un sasso lanciandolo contro un ufficiale”. La statua è ancora lì, ormai un po’ nascosta dai palazzi, ma sempre valida a ricordare che una rivolta contro l’occupante è cosa nobile, degna di “allori” anche se Balilla_a_Portoria-cartolina_d'epocascaturita solo da un gesto di spontanea indignazione e non di strategia  politica. Quest’ultima è importante per vincere, ma dipende dalla capacità della leadership di non mandar persi quei sassi.

Quando anche la Palestina sarà finalmente libera, forse in più d’una città, magari tra siepi di alloro, verrà eretto un monumento simile a quello del ragazzo di Genova che secondo lo storico genovese Federico Donaver, rappresenta non un solo eroico ragazzo, ma “un popolo che, giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e rivendica la libertà”.

Le lucide foglie di alloro sarebbero le piante giuste a circondare questi monumenti per ricordare che il diritto alla libertà non può essere cancellato, neanche ricorrendo a poetiche o fantasiose narrazioni che giustificano l’oppressore e immobilizzano il diritto dell’oppresso. Sarebbe il segnale che mai più verrà fermata Dafne, bensì il suo inseguitore. I principi attivi dell’alloro resterebbero gli stessi e gli scultori come il Bernini darebbero vita alle stesse meravigliose opere pur invertendo i soggetti della metamorfosi.

Patrizia Cecconi