cominciamo dal mandorlo

Inizio questo blog parlando del mandorlo,  in arabo لوز (pr. lawz), in termini scientifici Prunus amygdalus.

Avrei dovuto forse iniziare dall’olivo, l’albero simbolo della Palestina e anche simbolo della pace, bene così prezioso, così ambito e così lontano nella Palestina occupata! E invece no, comincio dal mandorlo.

foto mandorle 2Comincio dal mandorlo perché in primavera, in ogni angolo di Palestina, si vendono o si offrono i suoi frutti verdi e morbidi, che si mangiano così, tutti interi, meglio se con un pizzico di sale. Ma comincio dal mandorlo anche per i suoi fiori, così belli che  neanche il grande Darwish è riuscito a descriverne lo splendore, rendendo però omaggio alla loro bellezza in una poesia che si conclude così:

Se un autore riuscisse
a descrivere i fiori di mandorlo,
in un paragrafo
svanirebbe la nebbia dalle colline
e un popolo intero direbbe
eccole,
ecco le parole del nostro inno nazionale!

 

Il mandorlo è interno all’identità palestinese quasi quanto l’olivo,  e quasi quanto l’olivo ha subìto abbattimenti e confische che ne hanno notevolmente ridotto il numero. Ma nonostante questo, non c’è suk tra marzo e aprile che non esponga quintali di drupe (tale è il nome botanico di questo tipo di frutti)  di colore verde  chiaro, dalla superficie morbida e resa vellutata da una fitta peluria, che poi vengono offerte in ogni casa in cui si ha occasione di entrare. Qui la mandorla fresca si mangia con tutto il mallo. I palestinesi ne vanno ghiotti, io mi sono chiesta quali proprietà possa avere il mallo fresco delle mandorle ed ho scoperto che ancora se ne sa poco, ma in California stanno studiandone i possibili impieghi visto che i numerosi acidi e i due lipidi che contiene sembra siano in grado di ridurre il colesterolo nel sangue e di esercitare una notevole funzione anticancerogena.

Quest’alberello dalla fioritura splendida ed effimera ha avuto origine in Asia Minore e da qui si è diffuso in Medio Oriente, in Grecia, e in tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo. La sua forma selvatica produce mandorle amare contenenti una sostanza fortemente tossica, l’acido cianidrico, ma già circa 4000 anni fa, per successive selezioni, l’uomo è riuscito ad ottenere e a coltivare la mandorla dolce, come risulta anche da reperti egiziani risalenti a Tutankamon.

Il nome scientifico di questo piccolo albero, amigdalus, viene dal latino, ma pare derivi dalla voce semitica che identificava la dea Cibele, adorata come Grande Madre proprio nella regione geografica in cui origina il mandorlo e, secondo una leggenda frigia, il primo germoglio sarebbe nato proprio da una goccia di sangue della dea, coincidente con la Terra.

La fantasia che prende forma letteraria dà il meglio di sé quando si trova di fronte una vita vegetale troppo bella per essere solo nutrimento o utilità, e questo è quanto è accaduto al mandorlo, così, dopo la leggenda frigia, eccolo apparire anche nella mitologia greca legato  al mito di Fillide, la principessa tracia innamorata di Acamante – il figlio di Teseo partito al seguito di Ulisse – e morta di disperazione pensandolo perduto nella guerra di Troia dopo dieci lunghi anni di attesa.

Ma un amore così intenso e disperato non poteva lasciare insensibili gli dei e quindi interverrà Atena, la quale renderà quest’amore immortale trasformando il corpo esanime di Fillide in un piccolo albero che Acamante, tornato infine da Troia, abbraccerà piangendo. Qui il gossip narrativo si divide in due filoni. L’uno dice che l’albero-Fillide, per ricambiare l’abbraccio, fece sbocciare sui rami nudi i suoi delicatissimi fiori, l’altro invece racconta che furono le lacrime di Acamante a trasformarsi nei fiori “leggeri come un bianco motivo musicale… e densi come un verso che le lettere non possono dire”, tanto per usare ancora le parole del poeta Darwish.

mondorlo2

Scavando si possono trovare altre leggende, ma mi fermo. Aggiungo solo che del mandorlo parlano anche la Bibbia e il Corano e che tra i suoi simboli più diffusi  c’è quello della rinascita, dovuto al suo fiorire già a fine inverno, e quelli del mistero e della conoscenza, dovuti al seme, la mandorla, racchiusa, o meglio, “rifugiata” nel guscio. E infatti in arabo mandorlo   deriva dal termine  لاز (pr. laaz )  che significa “cercare rifugio” e dal termine لاز deriva لَوْز    (pr.  lawz) che significa, appunto, mandorlo e infine لَوْزَة (pr. loze) che è il seme nascosto, cioè la mandorla. Anche nell’iconografia cristiana la mandorla assume un significato che richiama una sorta di ponte tra ciò che è manifesto e ciò che è nascosto, alla “mandorla mistica” è affidato infatti il ruolo di Grande Madre da cui nasce la vita, e nelle rappresentazioni paleocristiane e medioevali rappresenta la natura duplice, umana e divina, di Cristo.

Ora lasciamo da parte i miti, le leggende, i simboli e parliamo un po’ delle mandorle semplicemente come frutto o, meglio sarebbe dire, come seme. Le drupe sopravvissute alla prima raccolta –  quella che le porta verdi sulla tavola – lignificano e a questo punto di esse non si può più consumare la buccia e il mallo, ma soltanto il seme, e i suoi usi, sia in campo alimentare che in erboristeria sono veramente eccellenti. Mi limito a trattare solo i frutti del mandorlo domestico, o “dulcis”, perché gli altri, a causa dell’acido cianidrico, trovano un uso limitatissimo ed esclusivamente aromatico.

Cominciamo col dire che la mandorla dolce è un vero deposito naturale di antiossidanti, vale a dire che grazie all’alto contenuto di vitamina E combatte i radicali liberi, veri responsabili dell’invecchiamento cellulare. Tra i sali minerali  di cui è ricca va ricordato in particolare il magnesio, definito anche “sale dell’allegria” per il suo potere antidepressivo, e le mandorle secche ne contengono in abbondanza. Oltre al magnesio contengono ferro, calcio, potassio, fosforo e zinco e, rispetto alle vitamine,  oltre alla preziosissima vitamina E contengono le vitamine A, B1, B2 e B6. Insomma, cinque  o sei mandorle al giorno hanno un grande potere remineralizzante, ricostituente e riequilibrante del  sistema nervoso.

Il loro consumo risulta efficace anche nella cura delle ulcere gastriche perché l’olio contenuto in ciascun seme crea una pellicola protettiva sulle pareti dello stomaco e inoltre le diverse sostanze presenti  nella mandorla reagiscono con gli acidi gastrici riducendo l’eccesso  di pepsina e migliorano l’attività dell’apparato digerente diminuendo conseguentemente bruciori e dolori.

Queste non sono scoperte recenti, di recente c’è soltanto la conoscenza degli elementi molecolari che compongono il seme, ma già le popolazioni antiche, come i romani e, prima di loro, i greci e gli egiziani, sapevano come impiegare le mandorle nei loro diversi usi.  Degli arabi in particolare  si sa che, oltre a farne uso salutistico, furono i primi a scoprirne i modi di lavorazione, in particolare per i dolci. La pasta di mandorle che rende famosa la cassata siciliana deriva esattamente da loro. A proposito, la cassata, o  قصعة (pr.al qasa’at) altro non è che il termine arabo per definire la scodella, quella in cui si prepara il più famoso dolce siciliano, una delle tracce più amabili del passaggio degli arabi nell’isola.

Andando un po’ in giro  nei secoli ed entrando nelle terre a nord e sud del Mediterraneo, è facile vedere come la mandorla dolce ha sempre mantenuto la sua importanza al punto che intorno all’anno 1100 la grande naturalista Ildegarda di Bingen ne scriveva nei suoi libri di fitoterapia consigliandone l’uso come ricostituente per il fisico e per la mente. Ma già qualche secolo prima di lei Carlo Magno aveva riconosciuto le proprietà nutritive e curative di questo seme e aveva contribuito alla diffusione dei mandorleti in Europa.

Sia in Oriente che in Occidente, per tutto il Medioevo e anche oltre, le  mandorle hanno avuto un ruolo importante sia come ingrediente per la cucina che come elemento curativo. Oggi è cambiato qualcosa, ma le mandorle restano una produzione importante e i mandorleti restano uno spettacolo che affascina lo sguardo e illumina la natura.

Il latte di mandorle, da bevanda antispasmodica e antinfiammatoria delle vie urinarie e dell’intestino, si è trasformato nel corso dei secoli in bevanda rinfrescante, energetica e gradevole, ma non ha mai smesso di essere prodotto nei luoghi in cui i mandorleti fanno parte del paesaggio.

In particolare in Palestina,  un latte di mandorle energetico e rinfrescante è sempre disponibile.  A Jenin come a Hebron, a Gaza come a Ramallah, a Gerusalemme come a Nablus le mandorle, i dolci alle mandorle, il pollo alle mandorle, il latte di mandorle, sono elementi del quotidiano  palestinese.

mandorlo3

Guardando specificatamente all’uso cosmetico, possiamo dire che anche alla cosmesi naturale il mandorlo regala uno dei più antichi, famosi ed efficaci oli di bellezza: l’olio di mandorle dolci. Tradizionalmente si ottiene per estrazione a freddo tramite spremitura, sistema certamente migliore della tecnica industriale  “di raffinamento”, e facilmente producibile in proprio attraverso sistemi artigianali di pressatura del seme che permettono di conservare nell’olio tutte le proprietà che lo rendono  famoso ormai da qualche millennio.

Come tutti gli oli essenziali la sua efficacia non supera i dodici mesi e la sua conservazione deve essere in ambiente buio e lontano dal calore.

Per uso esterno l’olio di mandorle (ripeto, esclusivamente dolci) agisce sulla pelle e sui capelli come protettivo, emolliente, idratante e nutriente. In particolare l’azione idratante è dovuta alla pellicola idrolipidica che ostacola l’evaporazione dell’umidità cutanea necessaria a mantenere morbida la pelle.

Per ottenere un effetto protettivo ed emolliente sui capelli è sufficiente lasciarli unti un paio d’ore prima di lavarli. Per ottenere un effetto antinfiammatorio, idratante, nutriente, soavizzante ed elasticizzante sull’epidermide è sufficiente praticare un massaggio sulla pelle appena umida.

E’ utile anche in caso di scottature e di eritemi ma, soprattutto, è stato per secoli un valido alleato “anti-aging”, per usare un termine attuale, grazie alla vitamina E ed agli acidi oleico e linoleico di cui è particolarmente ricco.

Si raccontano diverse storie circa la bellezza conservata a dispetto dell’avanzare degli anni grazie a semplici massaggi con olio di mandorle. Ne ho sentite ovunque, in Puglia, in Sicilia, in Bretagna, a Madrid  e, ovviamente, in Palestina. Verrebbe da dire: provare per credere! Insomma, dal frutto di un fiore tanto bello non ci si poteva aspettare di meno.

 Ma dopo aver detto del mandorlo tutto quello che ci può dare, mi accorgo d’aver dimenticato una cosa: la forma dei suoi fiori. Perché sono tanto belli? Ma in fondo è normale, il mandorlo appartiene alla famiglia delle rosacee e quindi il suo fiore ha la struttura della rosa originaria, la rosa canina, quella che s’incontra ancora qualche volta nei campi, libera, spesso arrampicata dove  vuole, leggermente profumata. In Palestina ce n’è e ne parlerò prossimamente. Ma i fiori del mandorlo sono più belli di quelli della rosa canina. Hanno una maggior compattezza e non hanno foglie che possano velarli: le foglie verranno dopo, quando i fiori cominceranno a lasciare il ramo. Il loro colore sfumerà dal rosa pallido al bianco e dopo pochi giorni i cinque petali cadranno; cadranno i 40 stami che rappresentano la parte maschile del fiore e l’ovario, ormai fecondato, comincerà a ingrossarsi e a trasformarsi nella drupa verde e vellutata che chiamiamo mandorla.

Il ciclo è compiuto e si ripeterà alla fine del prossimo inverno.

NB

-Per le consulenze circa la lingua araba ringrazio i miei amici Giuseppina Fioretti Ghazal e Morad Al Laham

-Per saperne di più sui piatti tradizionali  che fanno delle mandorle palestinesi  un abbraccio  tra cibo e cultura, consultate il blog di Fidaa Abuhamdya,  “fidafood.blogspot.com”

2 pensieri su “cominciamo dal mandorlo

  1. Patrizia, il primo post era bello, ma questo è veramente stupendo! C’è tutto, competenza, poesia, notizie e informazioni utilissime. Ho sempre saputo che le mandorle facevano bene, ma non ne conoscevo tutte le proprietò. Quando ero piccola mi piaceva schiacciarle in un fazzoletto con un martello pulito, poi mettevo l’involto in un bicchiere d’acqua e aspettavo che diventasse bianco prima di berlo con lo zucchero. A Napoli il latte di mandorla si vendeva dappertutto, non so adesso. I fiori poi sono così belli che davvero è difficile trovare le parole e se non le ha trovate Mahmud Darwish…

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