L’ALLORO, o Laurus nobilis

E le braccia divennero rami e Dafne, ormai immobile alberello di alloro, poté sfuggire così all’impetuoso abbraccio di Apollo. Fermi i suoi piedi divenuti radici. Ferme le sue mani divenute foglie, Apollo non poté più possederla.13871957_10210333609961156_352155313_n

Più o meno così Ovidio racconta la metamorfosi della ninfa Dafne per fuggire all’inseguimento del focoso Apollo. Racconto mitologico che sotto lo scalpello del Bernini si trasformerà in uno  splendido quanto angosciante gruppo marmoreo.

Dafne voleva essere salvata sì, ma per seguitare a correre libera tra boschi e ruscelli come aveva sempre fatto, non per essere immobilizzata nella fissità di un’essenza vegetale. Perché dunque bloccare la ninfa  che era sulla sua terra e non bloccare Apollo che la insidiava? Ovidio non ce lo spiega, ci dice solo che l’alloro divenne la pianta sacra allo stesso dio che ne aveva indirettamente provocato la metamorfosi.

Ma l’alloro scavalca il mito e ci racconta una storia che nella terra in cui ha avuto origine seguita a ripetersi. Ma non si ripete come splendida fantasia letteraria che di ninfe, dei, destino e natura crea un insieme che trasforma la tragedia  in poesia. Si ripete solo come tragedia che vede il tentativo di fermare le braccia di chi vorrebbe correre libero nella propria terra, ma ne è impedito da chi quella terra vorrebbe illegittimamente farla propria.

L’alloro, originario dell’areale mediterraneo – Palestina compresa – cresce spontaneo fino a circa 800 metri slm. Nel Medio Oriente è usato da millenni per le sue proprietà officinali. In particolare la città siriana di Aleppo, oggi distrutta dalla guerra, era famosa già dal 2500 a.C. per il sapone ottenuto con olio essenziale di alloro che, a seconda delle proporzioni usate, aveva (ed ha) proprietà antisettiche, antinfiammatorie, curative per eczemi, dermatiti ed acne, nonché proprietà cosmetiche.     13931656_10210336383870502_564853335_o

L’alberello in questione non ha grandi pretese, del resto come tutti gli alberi che sopravvivono in Palestina, ed il suo esteso apparato radicale gli permette di sopportare bene la siccità. Ciò che non sopporta sono invece i ristagni idrici, ma quelli sono abbastanza difficili in questa terra visto che l’acqua finisce in massima parte agli insediamenti illegali ebraici e le colture palestinesi conoscono piuttosto scarsità che non eccedenza  idrica.

Le infiorescenze maschili e femminili di questa pianta dioica appaiono in primavera. Quelle maschili sono particolarmente belle perché il loro colore si fa quasi dorato e brilla tra le chiome verde intenso costituite dalle foglie coriacee, lanceolate ed aromatiche che coprono i rami in tutte le stagioni. Questa caratteristica fa dell’alloro un’essenza molto diffusa anche come ornamentale. L’impollinazione è anemofila e la pianta femminile, una volta impollinata, produce una drupa piccola, nero-violacea da cui si ricava l’olio essenziale per le tinture officinali utili contro i disturbi cutanei e per il sapone di Aleppo.

Anche le foglie, oltre ai frutti, sono ricche di principi attivi e vengono utilizzate per uso interno in decotti e infusi molto efficaci per alleviare dolori dovuti a gastriti e ulcere e per facilitare la guarigione da coliche addominali. Per uso esterno, invece, come rimedio a dolori reumatici, contusioni e distorsioni, oltre che per disturbi cutanei, è preferibile applicare sulla parte interessata la tintura madre ottenuta  dalle drupe.

Nell’antichità, oltre agli usi officinali, l’alloro era utilizzato come simbolo di sapienza e di gloria e infatti una corona fatta con le sue foglie cingeva la testa di poeti, atleti o condottieri considerati particolarmente degni di lode. Lo stesso termine “laureato” deriva dall’essere stato degno di ricevere il lauro.

Per quanto riguarda il suo utilizzo ornamentale, vediamo che molte statue sono cinte da siepi di alloro. In particolare una di queste lega in qualche modo l’Italia alla Palestina, non tanto per i lauri che una volta la circondavano, quanto per il suo significato storico. E’ la statua eretta a Genova alla memoria di un ragazzo che nel 1746  diede il via all’insurrezione lanciando un sasso contro i soldati occupanti. Al suo lancio seguì una fitta sassaiola che costrinse i soldati a ritirarsi. Dell’identità del ragazzo non c’è certezza, ma del suo gesto sì, tanto che in un documento  governativo del 1747 si legge che  la mano che accese il grande incendio, fu quella di un “picciol ragazzo, che dié di piglio ad un sasso lanciandolo contro un ufficiale”. La statua è ancora lì, ormai un po’ nascosta dai palazzi, ma sempre valida a ricordare che una rivolta contro l’occupante è cosa nobile, degna di “allori” anche se Balilla_a_Portoria-cartolina_d'epocascaturita solo da un gesto di spontanea indignazione e non di strategia  politica. Quest’ultima è importante per vincere, ma dipende dalla capacità della leadership di non mandar persi quei sassi.

Quando anche la Palestina sarà finalmente libera, forse in più d’una città, magari tra siepi di alloro, verrà eretto un monumento simile a quello del ragazzo di Genova che secondo lo storico genovese Federico Donaver, rappresenta non un solo eroico ragazzo, ma “un popolo che, giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e rivendica la libertà”.

Le lucide foglie di alloro sarebbero le piante giuste a circondare questi monumenti per ricordare che il diritto alla libertà non può essere cancellato, neanche ricorrendo a poetiche o fantasiose narrazioni che giustificano l’oppressore e immobilizzano il diritto dell’oppresso. Sarebbe il segnale che mai più verrà fermata Dafne, bensì il suo inseguitore. I principi attivi dell’alloro resterebbero gli stessi e gli scultori come il Bernini darebbero vita alle stesse meravigliose opere pur invertendo i soggetti della metamorfosi.

Patrizia Cecconi

IL GELSO… tra muri, leggende e natura

Un’antichissima leggenda racconta che Tisbe e Piramo, due adolescenti babilonesi, belli come lo sono soltanto gli adolescenti innamorati, potevano parlarsi solo attraverso la fessura di un muro che li teneva separati.13819616_10210293065387567_387460903_n

I muri di separazione si sa, sono sempre forieri di tragedie, così come lo sono gli impedimenti alla libertà, e allora i due ragazzi cercarono d’incontrarsi oltre il muro, in un boschetto in cui avrebbero potuto finalmente abbracciarsi ma, per una tragica ironia del destino, questo incontro li portò alla morte.

Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che gli dei, visti i due corpi abbracciati e privi di vita ai piedi di un gelso, provarono tale pietà che non vollero che il loro sangue inzuppasse inutilmente la terra e lo fecero assorbire dall’albero, il quale ne tinse per sempre i suoi frutti. Secondo la leggenda fu questa metamorfosi a dar vita al gelso nero, nome scientifico Morus nigra, le cui origPierre_Gautherot_-_Pyramus_and_Thisbe,_1799ini sono infatti mediorientali e il cui uso, sia alimentare che officinale, in quelle regioni è antichissimo .

Il gelso bianco invece (nome scientifico Morus alba) proviene dall’Estremo Oriente e fu Marco Polo a scoprirlo nel suo viaggio in Cina verso la fine del 1200, ma solo intorno al 1400 si diffuse in tutta Europa passando per la Sicilia ad opera degli arabi che avevano cominciato a coltivarlo sistematicamente per nutrire i bachi da seta. Entrambi gli alberi producono frutti eduli e nel mese di maggio, in tutti i suq della Palestina, vengono offerti per pochi shekels cestini di carichi di more di gelso bianco mentre, quando il caldo si fa più intenso, cominciano ad arrivare i cestini di more di gelso nero.

Solo la scorsa primavera, per la prima volta, mi sono accorta di quanto sia diffuso l’albero di gelso nel territorio palestinese. Il primo a colpirmi per la sua maestosità – circa 10 metri di diametro e almeno 10 di altezza – è stato quello alla cui ombra ho riposato un po’ mentre andavo alla ricerca dei resti di un villaggio distrutto dagli israeliani nel “48 vicino a Wadi Fukeen. Poi, dopo aver apprezzato questo bellissimo esemplare ed aver visto l’abbondanza di frutti venduti nei suq, ho cominciato a guardarmi meglio intorno ed è successo quel che sempre succede quando gli occhi guardano per vedere: ho scoperto che la Palestina è piena di gelsi, sia bianchi che neri. Sono nei giardini, nelle campagne aperte, nelle campagne coltivate, insomma il gelso è un albero palestinese di cui prima non mi ero accorta. Avevo fatto un po’ come quei turisti che vanno in Terrasanta e non si accorgono della ferocia e dell’illegalità dell’occupazione. In fondo, dipende dall’uso che si fa del proprio sguardo!13672528_10210293062787502_274325431_n

Morus nigra e Morus alba appartengono entrambi alla famiglia delle moracee, sono piante longeve, soprattutto il bianco che può vivere fino a 400 anni. Le foglie – decidue – sono ovate con margine dentato e durante l’estate formano una densa chioma verde scuro. La pianta è monoica, cioè sullo stesso albero porta fiori sia maschili che femminili ed è autofertile, per questo è normale trovare un esemplare carico di frutti anche se isolato. I frutti in realtà, dal punto di vista botanico, sono delle

infruttescenze definibili “falsi frutti” esattamente come le fragole o le more di rovo, perché sono le infiorescenze che si sono gonfiate facendosi succulente, mentre il frutto vero è la parte fibrosa interna. Per usare il termine botanicamente corretto, la mora di gelso si chiama sorosio, è ricca di vitamine C, B1, B2 e K , di Ferro, Potassio e Magnesio. I polifenoli contenuti nella specie nigra hanno funzione antiossidante e quindi contrastano le malattie legate all’invecchiamento cellulare e quelle degenerative del sistema nervoso. In Medio Oriente, nel passato, i frutti venivano essiccati, polverizzati e usati per dolcificare. Ai bianchi si attribuivano proprietà lassative e un’azione antibatterica specifica contro le carie dentali, mentre la radice, preparata in decotto, veniva usata efficacemente contro l’asma bronchiale. La medicina orientale, e successivamente quelle greca e latina, dai frutti del nigra ricavavano un colluttorio contro afte e mal di gola che tuttora si può trovare in farmacia anche se ormai prodotto a livello industriale. Dalla sua radice ricavavano decotti dall’effetto diuretico, ipoglicemizzante e analgesico, mentre le foglie avevano e tuttora hanno vari usi, anche estetici. Sono però sconsigliate a chi soffre di ulcera o gastrite per l’elevato contenuto di tannino. Plinio il Vecchio ne aveva appreso le proprietà e consigliava di mangiare i frutti mescolati a miele, zafferano e mirra contro il mal di gola e i disturbi di stomaco. Anche Dioscoride ne consigliava l’uso, non come cibo però, ma soltanto come rimedio officinale contro ulcere, catarro e mal di gola. Oggi le ricerche scientifiche hanno confermato che le foglie, per i principi attivi che contengono, sono in grado di riequilibrare il metabolismo riducendo il colesterolo nel sangue e, usate in semplice infusione acquosa, hanno un’efficace funzione antidiabetica e ipotensiva. Basta lasciarne una manciata in infusione bollente per dieci minuti in mezzo litro d’acqua e poi bere l’infuso tre volte al giorno prima dei pasti. Come tutte le piante capaci di resistere alle condizioni avverse, anche il gelso cresce bene in Palestina, ama il sole e sopporta sia il gelo che la siccità, solo alle ruspe israeliane non riuscirebbe a sopravvivere, ma le sue radici sono così estese e robuste che anche a quei mostri metallici, ignoranti del bello quanto della giustizia, saprebbe opporre una notevole resistenza.

Patrizia Cecconi

L’ALBERO DI GIUDA

L’albero di cui parliamo oggi richiama la Palestina nel nome comune dovuto a leggende antiche: è il siliquastro, il cui nome scientifico è Cercis siliquastrum e il nome comunerami è albero di Giuda.
Il suo nome scientifico  deriva dalla forma dei suoi frutti che in greco sono detti kerkis, cioè barchetta o spola, e in latino  siliquastrum cioè silique o baccelli. In effetti il siliquastro, o albero di Giuda, appartiene alla famiglia delle fabacee, come il carrubo, già esaminato qualche tempo fa e, come i frutti del  carrubo, anche quelli del siliquastro sono dei baccelli eduli. Ma non lo sa quasi nessuno e quindi restano sull’albero fino a cadere spontaneamente anche un anno dopo la propria maturazione.

Le origini del siliquastro sono in questa zona, tra Asia Minore e sponda sud del Mediterraneo dove cresce spontaneamente  fin verso i  500 metri slm. Si espande per semplice caduta dei semi sul terreno e in primavera colora di rosa intenso le zone in cui cresce creando nuvole rosa sui rami ancora senza foglie e bellissime macchie colorate sul terreno corrispondente all’ampiezza della sua chioma.fiori

La leggenda racconta che poco meno di 2000 anni fa, nella sempre martoriata terra di Gerusalemme, l’uomo che era venuto a tentare di cambiare le cose umane scegliendo una via pacificamente rivoluzionaria senza stermini di popolazioni per la cosiddetta gloria del Signore, né per la gloria degli imperi terreni, venisse tradito da uno dei suoi più fidati seguaci proprio sotto quest’albero. Lo stesso traditore, pentitosi della sua azione -peraltro miseramente valutata solo 30 denari – si sarebbe poi impiccato ad un ramo di  questo stesso albero che da allora prese il suo nome, appunto, di “albero di Giuda”.

Di leggende, in questa terra, ne sono sempre sbocciate tante, come quella più recente della fioritura dei deserti per opera degli israeliani, occupanti in nome della propria religione di una terra già abitata da altre genti.  Ma si sa, le leggende sono frutto della creatività umana e la loro diffusione è frutto dell’abilità di chi le sa usare in modo opportuno. E gli alberi stanno lì, muti, a volte ischeletriti o mozzati dai nuovi occupanti, a volte rigogliosi nonostante la penuria d’acqua, a dimostrare il loro essere comunque figli di questa terra.

E di questa terra e delle zone limitrofe è figlio il siliquastro che poi, nel corso dei secoli, si è  ben ambientato anche sull’altra sponda del Mediterraneo dove è usato soprattutto a scopo ornamentale per le sue belle foglie reniformi e per quei fiori rosa intenso che appaiono sul tronco e sui rami prima ancora delle foglie.

Il siliquastro può raggiungere i 10 metri d’altezza ma generalmente lo si trova in forma di piccolo albero dalla grande chioma che fiorisce in primavera, si riempie di foglie che restano sui rami fino a novembre assieme ai baccelli seguiti ai fiori dopo l’impollinazione entomofila e spesso ancora sui rami fino alla primavera successiva. x BACCELLII baccelli dapprima sono di un verde chiaro e brillante, quindi di un rosso cupo, finché perdono di morbidezza e divengono bruni e secchi, non più belli a vedersi ma ancora utilizzabili nell’alimentazione in quanto i semi al loro interno sono farinosi e di gusto gradevole e possono essere usati per guarnire pane o biscotti al pari dei  semi di sesamo.  Anche i fiori sono eduli e ricchi di vitamina C se consumati freschi, per esempio in insalata o in macedonia di  frutta. Questi usi per la verità non sono comuni nell’area palestinese quanto nelle zone centro europee dove l’albero di Giuda ha attecchito nonostante ami il sole e i terreni asciutti e ben drenati.

In medicina fitoterapica da questo albero si ricava un gemmoderivato  macerando in soluzione alcoglicerica le gemme appena spuntate per regolarizzare disturbi vascolari nella circolazione arteriosa come arteriopatie e trombosi retinica. La gemmoterapia  ha origini antiche, in oriente risale alla medicina ayurvedica e alla medicina tradizionale cinese, mentre in occidente veniva usata da Galeno e da Paracelso, ma in forma moderna è stata studiata e praticata in modo rigorosamente scientifico nel “900 dal medico belga Henry Pol e dall’oftalmologo, ideatore del trapianto corneale Vladimir Petrovic.

Il concetto scientifico che è alla base della gemmoterapia è quello di utilizzare i tessuti embrionali in quanto caratterizzati da un intensa capacità di moltiplicazione cellulare e le gemme rappresentano la persistenza del ciclo vitale che, qualunque sia l’età dell’albero, torna a rinnovarsi ogni primavera.foglie

Così l’albero di Giuda, nonostante un nome tanto infausto, è una delle circa 50 piante da cui si ricavano i gemmoderivati capaci di curare malattie importanti grazie  alle proprietà estratte da elementi vegetali freschi in via di accrescimento. Come dire, volendo farne una metafora, l’apporto di energie embrionali capaci di accrescersi fornendo resistenza a malattie da degrado e da invecchiamento in una società ferita che ha necessità di nuovi apporti per non soccombere.

Fuor di metafora  l’albero di Giuda, o siliquastro, ovunque si trovi offre bellezza e colore, elementi nutritivi  e proprietà curative a dispetto, o meglio a compensazione, della cupa leggenda che lo vorrebbe testimone di un infame tradimento avvenuto duemila anni fa in terra di Palestina.

Patrizia Cecconi

PISTACIA VERA o semplicemente PISTACCHIO

Cugino “nobile” di lentisco e terebinto,  appartenente alla stessa famiglia delle anacardiacee e al genere Pistacia, il pistacchio  è uno dei  più antichi alberi coltivati dall’uomo.  E’ originario dell’antica Persia dove  pare venisse coltivato già in età preistorica, così almeno risulterebbe dal trattato del sofista greco Ateneo di Naucrati  che ne parla nel “Banchetto dei sapienti”.

In Palestina, e in genere nel Medio Oriente, si dice sia usato da oltre 10 mila anni, ma di certo da almeno  3 o 4 mila  lo è, stando a quanto scritto nella Bibbia circa i pistacchi che Giacobbe usò come dono pregiato (Genesi 43,11); o al fatto che la regina di Saba ne avesse una piantagione ad uso esclusivo suo e della sua corte; o ancora a quel che se ne racconta circa Nabucodonosor che li faceva coltivare negli splendidi giardini pensili di Babilonia per sua moglie Amytis.

Questi semi, oggi presenti nella maggior parte dei dolci che si possono acquistare in ogni suq o che vengono preparati nelle occasioni rituali anche nei villaggi  più poveri di tutta la Palestina, arrivarono in Grecia nel IV a.C. con Alessandro Magno. Qualche secolo  più tardi, sotto l’imperatore Tiberio,  i pistacchi varcarono il Mediterraneo ed approdarono in Italia e Spagna, ma fu solo a metà 800, quando gli arabi conquistarono la Sicilia sottraendola ai bizantini, che il pistacchio trovò il suo angolo particolare, alle falde dell’Etna, nel territorio di Bronte dove tuttora  rappresenta il fulcro dell’economia dell’intera area. 13815259_10210227005816119_834520328_n

Questa pianta cresce in zone collinari, esposte a sud e sopporta quasi tutto, dalla siccità estiva al  gelo invernale, ma non regge le gelate in tarda primavera, quelle che rappresentano il tradimento della natura quando ormai i fiori sono usciti rispondendo al richiamo della luce.

Il suo frutto è una drupa, di cui si consuma il seme chiamato appunto pistacchio come l’albero che lo produce e che difficilmente supera i 7-8 metri di altezza, ma che arriva a vivere fino a 300 anni. E’ una specie dioica ad impollinazione anemofila, vale a dire che il passaggio del polline dal fiore maschile a quello femminile  è affidato al vento. Fruttifica ogni due anni, e l’anno che gli agronomi chiamano di “scarica” serve a dare più vigore all’esplosione vitale di fiori e frutti nella stagione successiva.

Ha una strana caratteristica il pistacchio, infatti il fiore femminile accetta l’impollinazione anche dal terebinto ed i frutti che ne derivano sono esattamente  come gli altri. Il legame col terebinto è realmente consociativo, non solo per il suo polline, ma perché la straordinaria forza delle sue radici, capaci di fendere e di aggirare le rocce riuscendo a nutrirsi anche di pochi grani di terra arsa, è messa a disposizione del suo più raffinato cugino, e le piantagioni che fruttificano splendidamente su rocce  aride godono sempre del terebinto come portainnesto di ogni rigoglioso pistacchio.

Tra i pistacchi che crescono a Bronte e quelli che crescono in Palestina  ho notato qualche particolare  consonanza. In entrambi i luoghi gli alberi non si concimano né si irrigano: l’acqua non c’è. Ma loro ne fanno a meno e il pistacchio che,  sostenuto dal suo rustico cugino, cresce  laddove poche altre piante riuscirebbero a vivere, diventa un simbolo di resistenza alle condizioni avverse.

Ma c’è qualcos’altro che accomuna il pistacchio di Bronte al pistacchio palestinese. Qualcosa che cozza con la bontà di questo seme, ma che ha a che fare con la storia. Anche quella che non è facile  raccontare. Tanto a Bronte che in Palestina, infatti, nei due secoli scorsi la presenza e gli interessi inglesi, in modo diverso, sono stati responsabili di ingiustizie e di massacri. Alla causa di interminabile durata che i brontesi, civilmente e ingenuamente rispettosi del diritto, hanno portato avanti contro l’esproprio delle proprie terre, prima a favore di un’istituzione religiosa e poi di Horatio Nelson e suoi eredi, fa da specchio, oltre il mare, una “causa” tuttora in corso che vede i palestinesi chiedere al vento il riconoscimento dei propri diritti sulla propria terra!

Se nella seconda metà del 1800 Garibaldi e Bixio, proteggendo gli inglesi usurpatori di terre di Bronte,  hanno macchiato di vergogna e di sangue il Risorgimento italiano, di cui pure erano eroi, nella prima metà del 1900 gli inglesi, con la dichiarazione di Balfour, hanno aperto la strada al tentato annientamento dei palestinesi tuttora in atto.  Anche gli inglesi di Bronte avevano chiuso le strade ai contadini, esattamente come oggi Israele, figlio anche di quella dichiarazione di Balfour, chiude le strade ai palestinesi. Allora come ora, farseschi tribunali decretavano colpe agli incolpevoli e assolvevano gli aguzzini. Allora fu a Bronte, a eterna vergogna dell’eroica spedizione dei Mille che in Sicilia pagava il favore – e gli interessi – degli inglesi, e ora è in Palestina, a eterna vergogna delle istituzioni internazionali, in primis l’ONU, che si vedono surclassare dal potere fuori legge di Israele.

Lasciando Bronte dove i contadini, costretti a coltivare l’arida sciara, hanno fatto dell’unico albero che potesse resistere il gioiello di questo territorio, viene spontanea una metafora che sa di speranza e che affido alla fantasia di chi mi legge e passo alle proprietà del pistacchio.

Il filosofo e medico islamico Avicenna nel suo “Canone della medicina” lo definiva ottimo rimedio contro le malattie del fegato. Ricco di vitamine A, B ed E, di ferro e di fosforo, è utile contro il colesterolo cosiddetto cattivo favorendo, grazie ai fitosteroli, la produzione del colesterolo HDL, quello cosiddetto buono, divenendo un valido cardioprotettore; la presenza di fosforo aumenta  la tolleranza al glucosio e quindi è utile a prevenire il diabete di tipo 2; inoltre, grazie a due particolari carotenoidi protegge la vista dalla degenerazione maculare.   Infine alcuni studi recenti tendono a dimostrare che il consumo di 20 semi al giorno ridurrebbe il rischio di tumore al polmone. Ha solo un difetto questo meraviglioso seme: troppo calorico per chi ha problemi di linea. Ma la perfezione non è di questo mondo!

Patrizia Cecconi

 

 

 

Pistacia palaestina o terebinto palestinese

 

Tra poco attraverseremo l’ultima foresta di terebinti e querce….torniamo a casa…” Così,  nella poesia di Darwish, il terebinto segna  la strada verso la casa del ricordo. Quella perduta nel “48.

Il terebinto, o Pistacia terebinthus, famiglia delle anacardiacee, è un albero molto longevo che si dice originario dell’isola di Chio da dove si sarebbe diffuso, molti millenni fa, su tutte le sponde del Mediterraneo, compresi i paesi  del Maghreb  e poi,  spostandosi sempre più a oriente, avrebbe finito col naturalizzarsi  fino all’Iran e anche oltre.

In Palestina ce n’è una varietà autoctona, nata da un ibrido spontaneo con il lentisco. Il suo nome, secondo la classificazione risalente a Linneo, è Pistacia Palaestina e si distingue dall’altro solo per la leggera pubescenza delle foglie e per i grappoli di fiori più fitti.

Si tratta di  pianta dioica, cioè che porta fiori maschili e femminili su individui diversi, e dai grappoli di fiori femminili che fioriscono in primavera verranno le piccole bacche che in una raffinata versione dello zaatar palestinese bacche di terebintovengono  essiccate, polverizzate e mescolate a timo, sesamo e sumac conferendo alla miscela un vago aroma di pistacchio.

Da vari millenni, oltre alle bacche, con le quali si produce anche un olio alimentare una volta detto “per i poveri”, si usano le foglie ricavandone un olio essenziale con proprietà antisettiche, antireumatiche, balsamiche ed espettoranti. Solo due mesi l’ann
o il terebinto resta spoglio, ma già alla fine dell’inverno i suoi rami si riempiono di germogli.

Ma la sua fama in campo officinale la deve soprattutto alla pregiatissima resina, conosciuta fin dall’antichità come “trementina di Chio” e ottenuta incidendo la corteccia. Già gli assiri la usavano per la cura di malattie femminili.  Plinio la decantò come balsamica oltre che curativa di ascessi , dermatiti e ferite.  Fino a un paio di secoli fa è stata ampiamente usata, oltre che come balsamica,  come rimedio contro la calcolosi, le artriti e le  sciatalgie. Un altro uso molto diffuso in passato era  quello di farmaco naturale per rinforzare le gengive, sia masticandola pura, sia come enolito, laddove il vino non fosse vietato per motivi religiosi.

Osservato come elemento del paesaggio il terebinto, per molti mesi l’anno, arricchisce il panorama con le sue fronde lucenti, valorizzate da bacche rosa intenso che restano sui rami a lungo. Le sue  foglie sono imparipennate e composte di molte coppie di foglioline. Queste spessogalle presentano delle galle, cioè delle escrescenze colorate a forma di baccello prodotte dalla puntura di un afide. Anche le galle  in passato avevano il loro uso, sia  contro le infiammazioni alle gengive, sia come tintura per le pelli.

Le sue radici sono fortissime, tanto da meritargli, in Italia,  il nome dialettale di “spaccasassi” e traduzioni simili in altre lingue, proprio perché riesce a inserirsi nelle fessure delle rocce, spaccandole per radicarsi a fondo e restare unito alla terra resistendo anche al gelo e alla siccità dove altri alberi non riuscirebbero a sopravvivere: peculiarità piuttosto diffusa in molte piante che caratterizzano la flora palestinese, ma particolarmente  spiccata  nel terebinto, quasi fosse un destino condiviso col popolo che lo canta nelle sue poesie e lo utilizza nelle sue tradizioni.

Di questo albero parla anche la Bibbia in diversi libri. Nel libro del Siracide è paragonato alla divina sapienza in un versetto che recita: “Come un terebinto ho esteso i rami e i miei rami son rami di maestà e di bellezza.” Ne parla poi nel primo libro di Samuele, quando narra del gigante filisteo che nella valle del terebinto terrorizzava gli eserciti ebraici e che venne sconfitto dal piccolo Davide, prescelto dal Signore a sostituire Saul, ripudiato perché aveva disobbedito al suo ordine di sterminare tutto il popolo degli Amaleciti. Davide invece, racconta sempre la Bibbia, non aveva davide.jpgscrupoli e sapeva uccidere uomini a centinaia nonostante la giovane età, e ovviamente anche dopo. Sempre per la gloria del Signore! Così ci racconta il testo sacro.

E, ancora, il terebinto è citato nel libro dei Giudici, quando l’angelo del Signore  si presenta a Gedeone, il quale poi costruirà un altare alla Pace nel nome del suo dio.

Insomma, il terebinto è presente nell’Antico Testamento  sia  nelle pagine più spietate che in quelle meno feroci a testimoniare che questa pianta, capace di vivere centinaia d’anni e di resistere come poche alle avversità climatiche, apparteneva già alla terra di Canaan prima che ebrei e filistei ne prendessero possesso.

Anche il Corano ne parla, ma solo citandolo come albero.

I suoi “cugini” più stretti sono il lentisco, quello col quale il terebinto palestinese si è naturalmente ibridato, e il pistacchio, quello che nella cucina mediorientale riesce a dare meraviglie e i cui semi  riempiono dolci stupendi  che da quella sponda del Mediterraneo, attraverso gli arabi nel IX secolo, sono arrivati nella nostra Sicilia rendendone Bronte patria universalmente riconosciuta grazie al generoso terebinto che al pistacchio offre le sue radici.

Ma di questo nobile cugino, forse nato in Persia e che dalla Persia ha camminato conquistando senza spargimento di sangue ogni territorio e poi ha attraversato il mare  fino ad arrivare a esprimersi al massimo livello nella sciara di Bronte, parlerò alla prossima puntata.

Patrizia Cecconi

Il carrubo

Il kharrub o carrubo.

“O caro amico, ci è sufficiente dipingere con l’inchiostro dell’anima … una chiara freccia … che indichi la direzione giusta verso il nostro carrubo”.

Era il giugno del 1986 e così scriveva Samih al Qasim al suo amico Mahmoud Darwish alla vigilia della prima intifada. I due grandi poeti palestinesi esprimevano la loro speranza prendendo come riferimento simbolico il “loro” carrubo.carrubo

Il carrubo, kharrub in arabo, nome scientifico Ceratonia siliqua, famiglia delle fabaceae o leguminose, è un albero che cresce lentamente, a 100 anni si considera giovane e produce circa 2 quintali di frutti, le carrube, e a 500 ne produce ancora circa 30 chili. Un albero che ha origine proprio qui, in Palestina, dove era conosciuto e usato oltre 4000 anni fa. Chioma sempreverde, lucida e folta che può superare i 10 metri di diametro fornendo un’apprezzatissima isola d’ombra quando il sole brucia la terra. Ha  foglie composte, formate da coppie di foglioline di forma  ellittica a  margine intero e di colore verde scuro e brillante nella parte superiore.  E’ pianta generalmente dioica, cioè i fiori maschili e femminili sono portati su due diversi individui per cui la fruttificazione è possibile solo se entrambi i generi sono presenti. Il frutto inizia a formarsi in primavera subito dopo la fecondazione e matura completamente dopo un anno, prendendo la forma di lungo baccello, botanicamente detto “siliqua”, dapprima verde e poi marrone lucido e coriaceo. La polpa è dolce e fibrosa e i semi, durissimi, tutti di peso pari a 0,20 grammi e detti in arabo “qerat”, venivano utilizzati per pesare oro e pietre preziose dando nome a quell’unità di misura che ancora oggi si chiama “carato”.

Qualche migliaio di anni fa il carrubo attraversò il Mediterraneo con navi fenice e greche, anzi furono proprio i greci a farne conoscere la coltivazione nell’Italia meridionale, ma fu solo nel Medioevo con gli arabi – che ne furono i massimi esportatori e utilizzatori – che il suo uso si affermò in Occidente sia a livello alimentare, sia a livello farmacologico, sia per usi artigianali ricavati dal legno e dalle foglie.

Fino a pochi decenni fa i suoi frutti hanno salvato dalla morte per fame migliaia di persone e la sua importanza nel passato è testimoniata  dal Museo del Carrubo che si trova nell’isola di Cipro e che racchiude  un antico mulino per macinare le carrube e ottenere la farina di polpa e di semi con la quale si preparavano dolci e paste alimentari.

Questi baccelli che una volta erano cibo per poveri e per cavalli, oggi sono un frutto difficile da reperire nei normali negozi e quindi si trovano a prezzi proibitivi negli scaffali dedicati ai cibi esotici. E pensare che nel vangelo di Luca si legge che il “figliol prodigo”, divenuto povero e affamato, “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci…”. Si legge pure che san Giovanni Battista, cioè il profeta Yahya per la religione islamica, visse anni nel deserto nutrendosi solo di carrube, perché queste possono essere essiccate e conservarsi per mesi e mesi e forniscono zuccheri, vitamine, proteine e sali minerali.

In effetti 100 grammi di carrube forniscono circa 220 calorie, 90 gr. di carboidrati, 40 gr. di fibre, 1 gr. di proteine, vitamine B,C,E e sali minerali; non hanno glutine e quindi sono adatte anche ai celiaci.

Nell’industria conserviera la farina di carrube viene usata come addensante (E410) in quanto ha la capacità di assorbire acqua per più di 50 volte il suo peso. Proprio questa caratteristica, insieme ad altri principi attivi, ne fa un valido regolatore intestinale, ottimo per riequilibrare la flora batterica, eliminare gonfiori e proteggere le pareti gastriche. Inoltre accelera il metabolismo, inibendo l’assorbimento dei grassi e favorendo la produzione di HDL, il “colesterolo buono” . Nonostante la sua ricchezza in carboidrati  la farina di carruba è un utile coadiuvante nel controllo del diabete mellito perché contiene zuccheri riduttori che non alterano il picco glicemico.carrube

In erboristeria cosmetica viene usata la farina di semi mescolata a burro di cacao o cera vergine per ottenere una maschera per il viso emolliente e antiossidante.

L’infuso di carrube, come rimedio officinale, viene usato per calmare la tosse, contro il mal di gola e per schiarire la voce, uso che ne facevano i cantanti lirici fino al secolo scorso.

Ma l’infuso di carrube è anche una bevanda tipica del Ramadan. E’ estremamente semplice da ottenere, basta lasciare in acqua fredda le carrube spezzate per un paio d’ore. Ne viene fuori una bevanda dolcissima che si beve dopo il tramonto e che reintegra zuccheri, liquidi e sali perduti durante il digiuno rituale.

Il carrubo ama il caldo e il sole, non chiede acqua, sopporta le condizioni più dure ma non il gelo prolungato. Spunta da un seme caduto dal frutto e ama restare laddove è nato. E’ uno degli individui arborei più attaccati alla terra in cui cresce. Le sue radici sono capaci di penetrare a fondo, inserirsi nelle fessure, spaccare anche le rocce calcaree e inglobarle. Estirparlo significa il più delle volte ucciderlo.

Si dice che il carrubo non invecchia col passare dei secoli ma diventa più robusto, più frondoso, più imponente. Insomma, è un albero palestinese per origine e per vocazione e oltre ad essere bello sia d’estate che d’inverno, potrebbe essere ancora una fonte di reddito e di salute utilizzandone le numerose proprietà offerte dai suoi frutti.

Patrizia Cecconi

 

LA CONOBBI A BEIT LAHIA

La conobbi a Beit Lahia, a nord di Gaza. Era il febbraio 2013 e faceva più freddo di quanto immaginassi potesse fare là, nella Striscia, sul mare.

Nelle serre di Beit Lahia il rappresentante degli agricoltori,  una vera forza de13689538_10210209844547098_1674621852_nlla natura  che buttava nella sua risata fragorosa sia i racconti delle torture subite nei tanti arresti, sia lo spregio verso i distruttori  dei campi coltivati dicendo “Loro distruggono? E noi ripiantiamo e moltiplichiamo”, proprio lui me l’aveva fatta conoscere in forma di alberello. Aveva fatto tagliare fronde e radici di tre piccoli esemplari in modo che io potessi infilarli in valigia insieme a tutti gli altri alberini che avrebbero beffato l’assedio venendo a portare il loro messaggio in Italia. Lui rideva come un matto alla mia idea e pensava che non ce l’avremmo fatta. E invece si sbagliava! Le nostre valigie piene di spezie, miele di palma e alberi sfuggiti all’assedio vennero incellofanate  e varcarono serenamente le frontiere. Alla domanda “Nulla da dichiarare?” rispondemmo sorridendo “nulla”.  E gli alberelli di jawafa entrarono con noi e con tutto il resto.

Il nome scientifico di questa pianta, conosciuta anche come guava, è Psidium guayava e si tratta di un alberello caraibico appartenente alla famiglia delle mirtacee, con un frutto che somiglia a una pera e con un profumo intensissimo, che però fino a quel momento non mi aveva mai incuriosito. Poi, dopo averla conosciuta cominciai a studiarla.

La guava arrivò in questa parte del mondo verso il 1500 insieme a diversi suoi fratelli dall’America centro-meridionale. Il frutto era già noto agli Aztechi che lo apprezzavano per le sue qualità nutritive e medicinali, come ci fa sapere nel suo “De la natural Historia de las Indias” il famoso storico naturalista  spagnolo Hernandez de Oviedo,  dapprima estimatore delle colonie nei territori americani e successivamente fermo accusatore delle violenze dei colonizzatori contro gli indigeni. La guava, nel suo trasferimento dall’America alla Palestina avrebbe ancora visto scene simili a quelle denunciate da Hernandez de Oviedo a distanza di 500 anni. Ma gli alberi si sa, sono muti e seguitano a fiorire quale che sia il contesto umano in cui si trovano e così la guava, purché abbia terreno drenato e temperatura che non scenda sotto lo zero, si adatta e fruttifica. Infatti si è ben adattata nella Striscia di Gaza e in diverse parti della Cisgiordania, in particolare a Qalqilia, città completamente e illegalmente murata dalle forze occupanti, dove cresce altrettanto bene che se il muro non ci fosse.

Proprio a Qalqilia, quando ormai conoscevo i pregi di questo frutto di cui tra poco vi dirò,  ho avuto modo di apprezzare il giardino di jawafe di Ahmed Hazzaà Shrayem nella primavera del 2014, pochi mesi prima che quest’uomo molto amato e rispettato dalla sua comunità morisse. Quel giorno  parlammo alcune ore, immersi nel  profumo dei frutti sul tavolo e con lo sguardo verso le chiome ondeggianti nel giardino. Abu Hazzaà aveva un portamento elegante nonostante dovesse poggiarsi a un bastone e parlava con gentilezza e sorridendo come se la sua vita fosse stata solo serenità. Non sembrava un uomo che avesse passato più di un terzo dei suoi anni nelle galere israeliane; arrestato da ragazzo perché militante attivo di Fatah fu condannato a 20 anni, uscì nel 1989 e poi venne ancora arrestato, più volte, fino al 2003. La donna che sarebbe diventata sua moglie lo aspettò e insieme hanno avuto due bell13714452_10210209843747078_1323818506_nissimi figli. Poi si è ammalata ed è morta. Solo pochi anni hanno potuto vivere insieme perché prima il carcere e poi la morte li avrebbero separati. Tutto raccontato con apparente serenità e intanto, vedendomi sbucciare  una jawafa, quest’uomo gentile mi guardò storto dicendomi che la buccia si mangia, che contiene un’altissima percentuale di vitamina C e che è una risorsa che non va sprecata. E’ vero, la guava è il frutto che rappresenta in forma naturale il massimo apporto di vitamina C, e anche di vitamine del gruppo B, di vitamina A e della preziosissima vitamina E che oltre alle proprietà  antiossidanti ad ampio raggio, ha quella cosiddetta “antiaging” vale a dire che ritarda l’invecchiamento della pelle perché aiuta la produzione di collagene ed ha quindi  una funzione estetica superiore a qualunque concentrato chimico. Peccato che in Italia si trovi quasi esclusivamente in Sicilia. Ma anche il succo di jawafa ha le stesse proprietà ed è più facilmente reperibile in ogni città italiana.

Della guava si può consumare tutto, anche le foglie. Un frutto di grandezza media pesa circa 400 grammi che corrispondono a ben 2000 mg di antiossidanti, al cui confronto i 1200 di 4 etti di  prugne o i 520 di altrettante mele e melegrane sembrano poca cosa.   Contiene magnesio, potassio, fosforo e calcio e i suoi semi, eduli come tutto  il resto, contengono iodio.

Se mettiamo da parte il piacere del gusto e consideriamo soltanto i benefici per la salute diciamo subito che il frutto va usato con cautela da chi soffre di ipotensione, mentre è un valido rimedio per ridurre la pressione sanguigna, il colesterolo e i trigliceridi. Il succo, pur essendo naturalmente dolce, ha la proprietà di ridurre gli zuccheri nel sangue e quindi può essere consumato, anche in funzione terapeutica, da chi soffre di diabete. Un frutto di grandezza media contiene meno di 100 calorie e questo ne fa  un sicuro  alleato nelle diete antiobesità.

L’alberello è un sempreverde, normalmente di piccola statura ma a volte riesce a raggiungere i 7 metri. Fiorisce a primavera inoltrata e i suoi fiori, composti da 5 petali bianchi e numerosi stami, sono bellissimi, come quelli del mirto, ma più grandi e più intensamente profumati. Il frutto matura in autunno inverno ma nei suqfrutto palestinesi lo si può trovare quasi sempre. Il colore della buccia varia dal giallo al verde al rosato e così anche la polpa.

Anche i fiori possono essere usati, in infuso, e servono a  curare la bronchite. Basta versare acqua bollente su una manciata di fiori freschi o essiccati, coprire, filtrare e bere dopo 5 minuti. Due tazze d’infuso di fiori e un bicchiere di succo al giorno possono risolvere il problema dato che, in particolare nel succo, sono contenute: la  vitamina A che aiuta a mantenere integre le pareti polmonari, la  vitamina C che aumenta le difese dalle  infezioni e la vitamina B9 che fluidifica il muco bronchiale.

Anche dalle foglie si ottengono con estrema  semplicità  decotti e infusi preziosissimi per le proprietà antispasmodiche capaci di controllare gli attacchi epilettici e di offrire sollievo ai terribili dolori provocati dall’artrite reumatoide. Non ho potuto verificare l’efficacia antiacne dell’infuso e del succo ma non sarà un esperimento difficile e, soprattutto, non sarà certo dannoso! Ho invece verificato che un infuso di foglie secche (6 foglie in mezzo litro d’acqua bollente) se bevuto caldo ha proprietà spasmolitiche in caso di mestruazioni dolorose mentre, se bevuto appena tiepido e tenuto in bocca come colluttorio, ha proprietà analgesiche in caso di mal di denti e stomatiti. Inoltre, mentre il frutto maturo è leggermente lassativo, l’infuso di foglie può essere usato come antidiarroico e come antibatterico nelle gastroenteriti.

Insomma lo Psidium guayava è una vera benedizione della natura e mi chiedo perché non ho mai sentito i medici del mio paese consigliarne il consumo a chi si trova in radio o chemioterapia, eppure, riuscendo a riparare il DNA danneggiato dalle radiazioni e dalle tossine, sarebbe un valido coadiuvante per la ripresa delle funzioni vitali nelle cure antitumorali.

Ora che Abu Hazzaà a Qalqilia non c’è più e che Beit Lahya è stata massacrata dagli ultimi bombardamenti israeliani mi pare di sentire la voce di quest’uomo garbato e ospitale, rimasto gentile pur avendo conosciuto tutte le galere israeliane, da Ofer ad Ashkelon a Ramleh,a Beit Sheva… e che è stato  membro del Consiglio Rivoluzionario di Al Fatah, membro del Parlamento,  Segretario generale della Provincia di Qalqilia e altro ancora,  mentre mi mostra i suoi alberi e mi racconta di un ragazzo entrato in carcere analfabeta e aiutato a studiare “perché il compito di un rivoluzionario è anche quello” che oggi parla di Hegel e di filosofia greca, di Lenin e di Tolstoj, di Gibran e di Darwish  e che è stato più forte del nemico sionista che lo avrebbe preferito analfabeta. Penso anche alle serre di Beit Lahia, dove Mohammad rideva come un matto mentre mostrava i 200 mila alberelli riprodotti per rimpiazzare quelli distrutti dagli assedianti.  Proverò ad andare a trovarlo tra due mesi. Sono certa che neanche le bombe di luglio avranno spento la sua risata e chissà quanti alberi avrà ripiantato dopo l’ultima furia che il mondo, prono a Israele,  non si vergogna di chiamare “margine protettivo”.

Sul mio balcone ho conservato due alberelli. Non fruttificheranno, non c’è il sole di Gaza né quello di Qalqilia e il mare è a 35 chilometri, ma mettono rami e foglie e sono utili per gli infusi e belli da vedere. Il terzo alberino, invece,  è stato piantato in un giardino in Calabria, a Scalea vicino al mare, e Olimpia,  la proprietaria del giardino, ha fatto fare una targa in vetro con i colori della Palestina in modo che tutti sappiano da dove arriva questo gioiello della natura: dall’altra parte del mare, nonostante tutto!

Patrizia Cecconi

INFORMAZIONI DA ZOHORFILISTIN

Car*, sto risistemando il mio vecchio blog zohorfilistin.org ovvero fiori di Palestina e data la mia grave disabilità con la tecnologia farò sicuramente dei pafiori di camposticci. Tra questi potrebbe esserci anche qualche invio non controllato, in tal caso vi chiedo scusa a priori e vi prego, nel caso in cui accadesse e non fosse gradito, di segnalarmi l’involontaria invadenza nelle vostre caselle di posta o nelle vostre bacheche in modo che io possa evitare che si ripeta. Vi ringrazio e spero di imparare presto a non fare troppi pasticci.

Patrizia

IL MELOGRANO

RUMMAN, Punica granatum,  Malum punicum, Malum granatum, Pomo saraceno, Melograno.

melagrana_semi_del_frutto.jpg     Tanti nomi per un alberello della famiglia delle Lythracee che per la sua bellezza, le sue storie, la sua simbologia e infine le sue proprietà li merita tutti.

Il nome Rumman, con cui è conosciuto in Palestina viene dall’antico egiziano “Rmn” e dato che la pianta ha la sua origine nell’area compresa tra l’Africa settentrionale e l’Asia occidentale, a pieno titolo questo nome gli spetta come originario.

I romani invece lo chiamarono Punica granatum, che oggi è anche il suo nome scientifico, composto secondo la nomenclatura  linneiana dal genere Punica –  attribuitogli perché arrivò attraverso i cartaginesi –  e  dalla specie granatum, nome dovuto ai tanti grani che ne compongono il frutto.

Di miti e leggende intorno al melograno ne sono fioriti veramente tanti, sia per la bellezza dei suoi fiori, sia per la particolarità dei suoi frutti. Anche le religioni lo hanno fatto proprio: il Corano lo considera come uno degli alberi del giardino del paradiso; la Bibbia lo cita come il quinto albero della terra promessa ma ne prende in considerazione soprattutto il frutto come simbolo di onestà e rettitudine per il numero dei suoi  grani, 613 come i 613 precetti della Torah che, secondo la tradizione ebraica, devono  rappresentare l’agire saggio e corretto di ogni ebreo.

In realtà i grani della melagrana, botanicamente detti arilli, non sono esattamente 613 ma questo non toglie importanza alla sacralità del frutto e in fondo, pensandoci bene, neanche i 613 precetti della Torah sono tutti rispettati dagli ebrei, in particolare dagli ebrei israeliani. Basti citarne qualcuno, come ad esempio:  non umiliare gli altri; non opprimere il debole (l’orfano, la vedova);  non spargere calunnie riguardo al prossimo;  non cercare vendetta; prova pentimento e ammetti il peccato compiuto; non rubare; rispetta la legge per l’offerta di pace; restituisci gli oggetti rubati e, se non puoi, almeno il loro controvalore; non uccidere; non uccidere l’assassino prima che abbia avuto un processo; non abbattere alberi da frutto neppure durante una battaglia ….

Penso possa bastare per dimostrare che l’agire di Israele rispetto ai palestinesi rende evidente a tutti che molti dei 613 precetti non vengono rispettati  e quindi non è un grosso problema se la melagrana, pur non avendo esattamente 613 arilli, viene collegata alla Torah!

Un ruolo meno imprudente, e non giocato sul numero dei grani ma sulla loro bellezza,  viene assegnato a questo frutto nel Cantico dei cantici che si dice scritto da Salomone. Qui, in una  similitudine ricca di sensualità, come del resto lo è l’intero Cantico, a uno spicchio di melagrana viene paragonata la guancia della sposa in un crescendo di apprezzamenti alla sua bellezza  che –  allegorie religiose a parte –  rendono chiaro che l’amore cantato è inteso anche come amore fisico. La donna amata non ha soltanto la gota bella come spicchio di melagrana, ma è paragonata a un intero giardino di melograni che si offriranno all’amore durante la fioritura. Altra immagine, questa, che non lascia dubbi interpretativi e che nobilita tanto il melograno quanto il piacere di amare come essenza della vita.

E infatti questo frutto si presta da sempre a interpretazioni legate alla sfera della sensualità e della fertilità, basti pensare che tra i suoi simboli più antichi c’è quello dell’erotismo e dell’invincibilità attribuitogli già dai babilonesi tramite la figura di Ishtar,  dea dell’amore e della fertilità ma anche della guerra. Simbolo  riproposto nel legame vita-morte-vita dalla mitologia  greca. Leggende e relative sfaccettature simboliche sono numerosissime ma tutte, comprese quelle di natura religiosa, hanno in comune il simbolo dell’abbondanza, del dolore e dell’amore, della vita e della morte che si riallacciano in energia vitale.

In una di queste leggende, l’albero di melograno sboccia dalle gocce di sangue di Dioniso, figlio adulterino di Zeus, ucciso dai Titani per volere di Era, gelosa moglie del dio dell’Olimpo, secondo lo schema tipico della cultura patriarcale che informa tutta la mitologia greca e che, tra un simbolo e l’altro, è arrivata fino a noi. Ma per quei miracoli tutti interni alla mitologia, il corpo del dio bambino viene ricomposto e Dioniso, rinato alla vita, diventerà il dio della gaiezza, dell’estasi, della libertà senza freni e il padre della vite. Non è un caso che sia nei paramenti sacri che negli ornamenti laici, tanto  nell’abbigliamento che nell’architettura, è facile rinvenire sia tralci di vite che frutti di melograno.melograno2

Anche nel mito forse più significativo del legame tra vita, morte e rinascita rientra questo frutto. E’ il mito di Persefone, la fanciulla rapita dal dio Ade, salvata da sua madre Demetra che riuscirà a ottenere il suo ritorno sulla terra ma, ingannata da Ade che ancora nell’oltretomba le offre sette chicchi di melagrana, la fanciulla vedrà compiersi l’incantesimo che la vorrà 6 mesi nell’Ade a governare il regno dell’aldilà e solo gli altri 6 mesi sulla terra a far fiorire la natura. Questa separazione-unione che va ripetendosi e che mantiene il senso della vita passando via via il testimone è un richiamo che ho sentito fare anche dal venditore improvvisato di succo di rumman nei pressi di Gerico, più precisamente vicino al santuario del “Monte delle Tentazioni”, quello di cui parla il Vangelo. Questo improvvisato barman, privato della casa grazie al mancato rispetto di uno dei precetti della Torah da parte degli israeliani, con uno spremiagrumi e un banco di legno s’è inventato un lavoro per sopravvivere e, preparandomi il succo, mi ha detto  che dalla morte di tutti quei chicchi nasce la vita per la salute di chi lo beve. Poi ha aggiunto, o almeno così mi è stato tradotto, “proprio come chi dà la propria vita per il suo popolo”.

Lui magari lo diceva solo per vendere più succhi, ma forse senza saperlo ha messo nella sua frase tanto il senso simbolico del melograno, quanto la ricchezza di nutrienti che tra vitamine, sali minerali, polifenoli, fibre, zuccheri e antiossidanti ne fanno un gioiello di cui già Ippocrate decantava le proprietà e ne prescriveva gli usi farmacologici oggi riconfermati dalle analisi scientifiche.  Ma prima ancora di lui, oltre 4500 anni fa, già gli egiziani lo usavano per scopi farmaceutici, in particolare ne usavano la scorza polverizzata come antielmintico.

Ippocrate, circa 2.500 anni fa ne utilizzava sia scorza che frutto per farne preparazioni a scopo antinfiammatorio, astringente, antibatterico, gastroprotettivo, vasoprotettore  e ricostituente. Oggi sappiamo che i suoi studi empirici erano corretti e, infatti, sia il frutto che la corteccia hanno le proprietà che il grande medico gli aveva attribuito pur non conoscendo la composizione di alcuni elementi che solo con l’invenzione del microscopio sarebbe stato possibile studiare.

Nel succo degli arilli sono presenti in alta quantità le vitamine A, B, E, C e K , ma i componenti più significativi che fanno della melagrana un cardioprotettore e un alleato contro l’invecchiamento cellulare e, sembra, addirittura un killer delle cellule cancerogene, sono i polifenoli, gli antiossidanti e soprattutto l’acido ellagico.

Ma vediamolo nelle sue caratteristiche botaniche questo alberello che difficilmente supera i 4-5 metri. Le varietà della specie botanica, dovute tutte a ibridazioni da laboratorio, sono oltre 300 e proprio a Gerusalemme, presso l’Università Ebraica nella parte occupata illegalmente da Israele,  sorge il maggior centro mondiale di studi sull’ibridazione del Punica granatum.melograno 3

Quest’albero non ha bisogno di grandi risorse idriche, anzi ama i terreni semi aridi e quindi può essere facilmente coltivato anche dai palestinesi le cui risorse idriche, come si sa, sono state decimate dall’occupazione.

Il melograno ha anche avuto la fortuna di non finire in massa sotto la mannaia che ha privato i territori palestinesi di circa 3 milioni di alberi di olivo e infatti, chiunque vada in Palestina, troverà facilmente un venditore di succo di rumman che per pochi shekel (moneta israeliana che i palestinesi sono costretti a usare poiché la lira palestinese è vietata dall’occupante) fornirà una dose di antiossidanti, vitamine, sali minerali e acido ellagico prodotta là per là e indiscutibilmente buona.

La specie originaria del Punica granatum ha foglie rosse al loro germogliare che poi assumono un colore verde chiaro, sono ovali, a margine intero, lunghe dai 4 ai 7 centimetri. I fiori sono di color rosso vermiglio generalmente a 4 petali e particolarmente belli. Il frutto è una bacca tondeggiante dalla scorza coriacea il cui nome botanico è balausta. Al suo interno è ripartito in setti fibrosi che separano i circa 600 arilli in diversi gruppi.

Questa è la stagione in cui la melagranata si trova anche in Italia e approfittare di quei 50 ml quotidiani di bontà antiossidante, antidepressiva e anticancerogena non è difficile. In questo periodo in alcune regioni del nostro Sud questo frutto si usa anche per preparare dolci legati alla commemorazione dei morti, proprio per quella specie di filo che, come diceva il venditore del Monte delle Tentazioni, unisce la fine della vita  alla rinascita.

Per riportare in una stessa sfera, o meglio in una stessa coppa i due frutti che la mitologia greca ha legato a Dioniso, consiglio a chi ama il vermouth, che altro non è che la voce casareccia del più elegante Martini, di lasciar macerare in un litro di vino secco di buona qualità e di elevata gradazione, un quarto di scorza di balausta per un mese, al buio e ovviamente con un tappo ermetico. Filtrate dopo un mese e avrete un ottimo cugino del Martini dry con cui potrete inaugurare l’anno nuovo accompagnandolo con chicchi sciolti di melograno che portano di sicuro salute e qualcuno dice anche fortuna.

Anche il capodanno ebraico, cioè il Rosh ha-shanah,  prevede il consumo della melagrana come alimento di buon augurio e questa prima di essere consumata  viene benedetta con una formula che dice “i nostri meriti siano numerosi come i semi del melograno”. Per capire come andrà l’anno nuovo nei territori che sono ancora costretti a subire l’arbitrio israeliano, è necessario interpretare cosa intende per “meriti” chi occupa la Palestina sbandierando diritti di provenienza biblica.

Intanto gli alberelli di melograno sembrano in festa e le loro grandi bacche si stanno aprendo un po’ ovunque, la loro corteccia ormai è rossa e gli arilli chiedono di essere consumati per ricominciare il ciclo. Anche su terra arida, anche con due sole gocce d’acqua il melograno manda a dire che la vita non si ferma.

Patrizia Cecconi

 

Emigrazioni | Fondazione Erri De Luca

Peccato che Erri De Luca appartiene a quella categoria di osservatori strabici che mentre s’impegnano su temi sicuramente nobili, fingono di non vedere cosa fa Israele seguitando a difendere l’operato, anzi il criminale operato.
Come si fa a dar credito a belle parole espresse sulla tragedia dei migranti quando si difende l’operato di uno Stato (e non solo del suo governo) che da 70 anni tormenta la popolazione autoctona con l’obiettivo di eliminarla da quella terra?
Mi dispiace, ma non credo possa esserci niente di valido, né tanto meno di sinceramente partecipe del dramma “del Mediterraneo”, in chi sostiene i governi israeliani. Anzi provo indignazione sincera nel veder strumentalizzata la tragedia dei migranti da questo personaggio.
Patrizia Cecconi

Domodama

In braccio al Mediterraneo
migratori di Africa e di oriente
affondano nel cavo delle onde.
Il pacco dei semi portati da casa
si sparge tra le alghe e i capelli
La terraferma Italia è terrachiusa.
Li lasciamo annegare per negare.

Sorgente: Emigrazioni | Fondazione Erri De Luca

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