IL GELSO… tra muri, leggende e natura

Un’antichissima leggenda racconta che Tisbe e Piramo, due adolescenti babilonesi, belli come lo sono soltanto gli adolescenti innamorati, potevano parlarsi solo attraverso la fessura di un muro che li teneva separati.13819616_10210293065387567_387460903_n

I muri di separazione si sa, sono sempre forieri di tragedie, così come lo sono gli impedimenti alla libertà, e allora i due ragazzi cercarono d’incontrarsi oltre il muro, in un boschetto in cui avrebbero potuto finalmente abbracciarsi ma, per una tragica ironia del destino, questo incontro li portò alla morte.

Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che gli dei, visti i due corpi abbracciati e privi di vita ai piedi di un gelso, provarono tale pietà che non vollero che il loro sangue inzuppasse inutilmente la terra e lo fecero assorbire dall’albero, il quale ne tinse per sempre i suoi frutti. Secondo la leggenda fu questa metamorfosi a dar vita al gelso nero, nome scientifico Morus nigra, le cui origPierre_Gautherot_-_Pyramus_and_Thisbe,_1799ini sono infatti mediorientali e il cui uso, sia alimentare che officinale, in quelle regioni è antichissimo .

Il gelso bianco invece (nome scientifico Morus alba) proviene dall’Estremo Oriente e fu Marco Polo a scoprirlo nel suo viaggio in Cina verso la fine del 1200, ma solo intorno al 1400 si diffuse in tutta Europa passando per la Sicilia ad opera degli arabi che avevano cominciato a coltivarlo sistematicamente per nutrire i bachi da seta. Entrambi gli alberi producono frutti eduli e nel mese di maggio, in tutti i suq della Palestina, vengono offerti per pochi shekels cestini di carichi di more di gelso bianco mentre, quando il caldo si fa più intenso, cominciano ad arrivare i cestini di more di gelso nero.

Solo la scorsa primavera, per la prima volta, mi sono accorta di quanto sia diffuso l’albero di gelso nel territorio palestinese. Il primo a colpirmi per la sua maestosità – circa 10 metri di diametro e almeno 10 di altezza – è stato quello alla cui ombra ho riposato un po’ mentre andavo alla ricerca dei resti di un villaggio distrutto dagli israeliani nel “48 vicino a Wadi Fukeen. Poi, dopo aver apprezzato questo bellissimo esemplare ed aver visto l’abbondanza di frutti venduti nei suq, ho cominciato a guardarmi meglio intorno ed è successo quel che sempre succede quando gli occhi guardano per vedere: ho scoperto che la Palestina è piena di gelsi, sia bianchi che neri. Sono nei giardini, nelle campagne aperte, nelle campagne coltivate, insomma il gelso è un albero palestinese di cui prima non mi ero accorta. Avevo fatto un po’ come quei turisti che vanno in Terrasanta e non si accorgono della ferocia e dell’illegalità dell’occupazione. In fondo, dipende dall’uso che si fa del proprio sguardo!13672528_10210293062787502_274325431_n

Morus nigra e Morus alba appartengono entrambi alla famiglia delle moracee, sono piante longeve, soprattutto il bianco che può vivere fino a 400 anni. Le foglie – decidue – sono ovate con margine dentato e durante l’estate formano una densa chioma verde scuro. La pianta è monoica, cioè sullo stesso albero porta fiori sia maschili che femminili ed è autofertile, per questo è normale trovare un esemplare carico di frutti anche se isolato. I frutti in realtà, dal punto di vista botanico, sono delle

infruttescenze definibili “falsi frutti” esattamente come le fragole o le more di rovo, perché sono le infiorescenze che si sono gonfiate facendosi succulente, mentre il frutto vero è la parte fibrosa interna. Per usare il termine botanicamente corretto, la mora di gelso si chiama sorosio, è ricca di vitamine C, B1, B2 e K , di Ferro, Potassio e Magnesio. I polifenoli contenuti nella specie nigra hanno funzione antiossidante e quindi contrastano le malattie legate all’invecchiamento cellulare e quelle degenerative del sistema nervoso. In Medio Oriente, nel passato, i frutti venivano essiccati, polverizzati e usati per dolcificare. Ai bianchi si attribuivano proprietà lassative e un’azione antibatterica specifica contro le carie dentali, mentre la radice, preparata in decotto, veniva usata efficacemente contro l’asma bronchiale. La medicina orientale, e successivamente quelle greca e latina, dai frutti del nigra ricavavano un colluttorio contro afte e mal di gola che tuttora si può trovare in farmacia anche se ormai prodotto a livello industriale. Dalla sua radice ricavavano decotti dall’effetto diuretico, ipoglicemizzante e analgesico, mentre le foglie avevano e tuttora hanno vari usi, anche estetici. Sono però sconsigliate a chi soffre di ulcera o gastrite per l’elevato contenuto di tannino. Plinio il Vecchio ne aveva appreso le proprietà e consigliava di mangiare i frutti mescolati a miele, zafferano e mirra contro il mal di gola e i disturbi di stomaco. Anche Dioscoride ne consigliava l’uso, non come cibo però, ma soltanto come rimedio officinale contro ulcere, catarro e mal di gola. Oggi le ricerche scientifiche hanno confermato che le foglie, per i principi attivi che contengono, sono in grado di riequilibrare il metabolismo riducendo il colesterolo nel sangue e, usate in semplice infusione acquosa, hanno un’efficace funzione antidiabetica e ipotensiva. Basta lasciarne una manciata in infusione bollente per dieci minuti in mezzo litro d’acqua e poi bere l’infuso tre volte al giorno prima dei pasti. Come tutte le piante capaci di resistere alle condizioni avverse, anche il gelso cresce bene in Palestina, ama il sole e sopporta sia il gelo che la siccità, solo alle ruspe israeliane non riuscirebbe a sopravvivere, ma le sue radici sono così estese e robuste che anche a quei mostri metallici, ignoranti del bello quanto della giustizia, saprebbe opporre una notevole resistenza.

Patrizia Cecconi

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