AKUB, IL “CARDO SELVATICO” DEL MEDIO ORIENTE

Nelle zone semi-aride del Medio Oriente, dopo le piogge autunnali, spunta una pianta della famiglia delle asteracee. E’ una famiglia ricca, quella delle asteracee, i botanici hanno classificato 23.000 specie raccolte sotto 1500 generi appartenenti a questa famiglia il cui  nome deriva dalla forma del fiore. Sarebbe meglio dire dell’infiorescenza perché, in realtà, quello che sembra un unico fiore altro non è che l’insieme di moltissimi piccoli fiori che hanno solo la forma di petali ma in realtà sono singole individualità sorgenti dalla stessa base e nutrite dalla stessa linfa. Un po’ come un popolo originario dello stesso territorio e nutrito della stessa cultura                                                    gundelia

La famiglia delle asteracee, proprio per questa sua caratteristica di raccogliere un “popolo” di piccoli fiori in un unico insieme, si chiama anche delle “composite”, e tra i vari generi che la compongono c’è anche il genere Gundelia di cui consideriamo la specie tourneforti , ovvero, in arabo, l’akub.

La Gundelia tourneforti fino al 1998 non creava interesse in Occidente, mentre in Medio Oriente e in particolare in tutta la Palestina storica, era già da millenni una pianta apprezzata e molto utilizzata. Nel ”98 è salita agli onori della cronaca anche in Occidente  perché  alcuni studiosi  hanno rinvenuto il suo polline nella Sacra Sindone, lasciando così supporre che i soldati romani, 1981 anni fa, si divertirono a confezionare la corona di spine con cui avrebbero “incoronato” Gesù prima della crocifissione, come ultimo dileggio verso l’uomo che aveva messo seriamente in discussione il potere, provando a cambiare i rapporti tra gli umani in nome di un’uguaglianza di dignità che ancora oggi non è data per scontata.

Comunemente la Gundelia viene chiamata “cardo selvatico” per le sue spine e per l’oggettiva somiglianza ad altre  specie del genere Carduus. Seguiterò anch’io a chiamarla cardo selvatico, come ho imparato a fare nel suq di Betlemme la scorsa primavera.

Seguiterò a chiamarla cardo selvatico anche pensando a una delle tante leggende che la letteratura classica ci racconta per spiegare la nascita di una specie vegetale: quella del dolore che spuntò dalla Terra per la morte del giovane Dafni, e che sembra adattarsi perfettamente all’episodio – non leggendario ma tragicamente reale – di Yusef Abu Aker, un ragazzino di 14 anni, che verso le 7 di un mattino di marzo, in un villaggio nei pressi di AlKhalil (Hebron), venne ucciso da un soldato dell’IOF (l’esercito di occupazione) mentre raccoglieva gli akub prima di andare a scuola.

Nella leggenda antica fu il  pianto di Venere o – a seconda delle versioni – di Diana o di Ermes, ad accompagnare la morte del giovane Dafni, e si racconta che la Terra accolse con tanto dolore il corpo del ragazzo, che trasformò le lacrime in piante dalle foglie spinose come l’ingiustizia della sua morte.

E’ commovente vedere come nella letteratura antica il dolore, l’angoscia, l’ingiustizia vengano affidati al regno degli dèi i quali,  reimpastando i sentimenti umani con i figli della terra, offrono consolazione alla morte e restituiscono simbolicamente  la vita per tutti i secoli  di cui è capace la memoria.

Ma Yusef Abu Aker, il giovane raccoglitore di akub, non avrà cantori greci o latini a ricordarlo, e il suo nome andrà a confondersi con quello delle centinaia di bambini che in questi giorni l’IOF ha ucciso a Gaza, e di quelle altre centinaia che ha ucciso nelle aggressioni precedenti, e alle decine e decine che uccide in Cisgiordania in uno stillicidio insopportabile che richiederebbe tutti gli dèi dell’Olimpo per avere un pizzico di consolazione e tutte le piante della Palestina per cantarne la memoria.

Ma torniamo alla Gundelia e vediamola da vicino, tanto più che è una delle poche specie che non crescono spontaneamente sulla nostra sponda del Mediterraneo.

La si può vedere andando in Palestina, ma solo dall’autunno alla primavera perché poi si secca, si stacca dalla radice e vola via, disperdendo nel vento i suoi semi che raggiungono distanze anche di decine e decine di chilometri e portano lontano, dovunque ci sia il terreno adatto al loro attecchimento, nuove piante che offriranno il loro messaggio e i loro frutti a chi continuerà la tradizione della raccolta per scopi fitoterapici o per preparare l’antica ricetta palestinese dell’akub cucinato con carne macinata, limone e yogurt[1].

                                                              gundelia cucinata

In tutti i suq palestinesi, in primavera, si trovano cesti di questi cardi, solitamente venduti da donne sedute a terra che li preparano al momento, despinandoli prima di venderli. La raccolta non frutta moltissimo e non può essere considerata unica fonte di reddito, ma alcuni ristoranti a Gerusalemme ovest, avendo compreso l’importanza di fare “propria” una ricetta tipicamente palestinese, ne stanno facendo un piatto “israeliano” per turisti curiosi e poco informati.

Vediamo insieme come si presenta, in modo che chi si trovi in Palestina, o in Giordania, o nei paesi limitrofi in quel periodo possa riconoscerla. La pianta può raggiungere anche gli 80-100 cm d’altezza, ma spesso la si trova non più alta di 20-30 cm. Le sue foglie sono molto spinose e le infiorescenze, se non sono state recise per essere utilizzate prima della fioritura, sono composte da fiori tubulosi di colore biancastro avvolte in brattee di tipo squamoso. Anche le foglie e perfino i semi, volendo, hanno un uso alimentare, questi ultimi possono essere tostati e usati come caffè.

Ma la Gundelia ha anche un uso medicinale. La medicina popolare è un altro aspetto di quella cultura che si lega all’identità di un popolo, e le piante ne sono l’elemento principe. Per quanto riguarda la pianta in questione, essa viene utilizzata  da oltre duemila anni come depurativo del fegato e ipoglicemizzante, quindi consigliata anche per chi soffre di diabete. Il latice che si trova nelle venature delle sue foglie viene invece usato contro le verruche, e gli impiastri di foglie e semi essiccati, contro la vitiligine. Inoltre, sempre nella medicina popolare, alla Gundelia si è attribuita nel corso dei secoli una numerosa serie di proprietà farmacologiche che oggi sono state verificate e confermate. Una delle proprietà più significative è sicuramente la ricchezza di sali minerali e di vitamine A, B e C  presenti nell’olio che si ricava dai suoi semi e che è adatto al consumo umano.  Altra proprietà significativa dal punto di vista salutistico è la capacità di ridurre grasso e colesterolo nel sangue.

Studi recenti hanno anche scoperto che la pianta può essere usata per bonificare terreni contaminati da metalli.  I suoi semi potrebbero  quindi essere dispersi sulle rovine della striscia di Gaza dopo i terribili bombardamenti che pare abbiano inquinato il suolo di pericolosi elementi. Il costo sarebbe minimo e il risultato probabilmente efficace, ma gli akub usati per disinquinare il terreno non potrebbero più essere consumati e il dolore di tanto lutto non svanirebbe certo con la bonifica del suolo.

Sarebbe comunque bello affidarsi a qualche migliaio di “cardi selvatici” per recuperare l’oltraggio immenso fatto dagli uomini alla natura e ad altri uomini. Resterebbe solo la tristezza di vedere come, nella Striscia di Gaza, una tradizione piacevole e gustosa possa trasformarsi in aiuto contro i danni di un’aggressione che poteva essere evitata se solo la giustizia internazionale avesse fatto il suo corso.

gundelia-tourneforti

[1] Per ogni curiosità circa la cucina palestinese, sia per la preparazione che per le origini, v. Fidaa Abuhamdya,  “fidafood.blogspot.com”

 

SUMMAQ, IL PICCOLO ALBERO DELLA SPEZIA ROSSA.

sumac1                                       sumac o rhus coriaria

Il suo nome scientifico è Rhus coriaria e appartiene alla famiglia delle anacardiaceae, come il più conosciuto pistacchio. E’ alto circa 3 metri, ha foglie composte, imparipennate  e infiorescenza a pannocchia. La sua origine è la fascia compresa tra l’Europa meridionale e il vicino oriente fino all’Iran, l’antica  Persia dove il suo uso risulta plurimillenario.

Il nome comune, in italiano, è sommacco siciliano e chiaramente deriva dall’arabo ( سماق ) la cui pronuncia è, appunto, summaq, non troppo distante dalla pronuncia in lingua farsi,
la lingua parlata in Iran.

Lo si trova, a volte, in forma arbustiva e selvatica in aree abbastanza estese, perché cresce bene  e si diffonde con facilità anche nei terreni più poveri e aridi. Oggi, sulla sponda europea del Mediterraneo non è più utilizzato né apprezzato, mentre fino alla metà  del “900 era fonte di
reddito, soprattutto in Sicilia, perché largamente  impiegato nell’industria conciaria e tintòria.  Ma ormai i suoi tannini sono stati sostituiti dalla chimica e il povero alberello ha finito per essere considerato un brutto infestante chiamato spregiativamente “scotano” e, pur se in autunno i boschetti di sommacco formano delle bellissime macchie rosse nel paesaggio, nessuno lo prende più in considerazione e il suo destino sembra ormai segnato dalla caduta del suo valore economico.

In Medio Oriente, invece, quest’alberello è ben considerato grazie alle bacche da cui si ricava una delle spezie più usate ed apprezzate. Il suo crescere con facilità, quindi, non lo fa  considerare un infestante, bensì una benedizione. La spezia che se ne ricava è usata da millenni sia nell’alimentazione che nella farmacologia. Il suo nome è il nome stesso dell’albero. Con variazioni grafiche, più che fonetiche, lo si può trovare nella traslitterazione in caratteri latini come sumak o summaq o somac.

In Palestina la sua presenza è talmente familiare che può capitare di sentir chiedere a un negoziante  السماق لون في ثوب أريد     che tradotto  significa: “voglio un abito color summaq”, vale a dire di quel particolare rosso con tendenze al porpora e al marrone che si ricava solo dalle bacche essiccate e macinate del Rhus coriaria, l’unica specie di Rhus che può essere utilizzata come alimento, sebbene con alcuni accorgimenti. Infatti, anche i frutti della Rhus coriaria sono tossici se ingeriti freschi, ma le popolazioni mediorientali che li utilizzano da millenni sanno che vanno raccolti in estate, poco prima della maturazione, e lasciati essiccare. A questo punto perdono la loro tossicità e vengono  macinati e trasformati nella polvere rossa, pregiata e vagamente profumata di limone,  che viene cosparsa sui cibi e che entra nella miscela più tipica e “identitaria” della Palestina: lo zaatar, accompagnando il timo, che ne è la base (a volte sostituito dall’origano) e il sesamo, che ne è l’altra componente di rispetto. Per avere qualche ricetta particolarmente gustosa, sarà bene consultare il sito “fidafood.blogspot.com” della blogger palestinese Fidaa Abuhamdiya che si occupa di cibo e cultura.

Secondo alcune fonti, la scoperta di questa spezia capace di sostituire l’aceto risalirebbe agli antichi romani che impararono a usarla durante il loro dominio nella regione. Tuttavia in Persia, ben prima dei romani,  il summaq rientrava già nell’antichissima tradizione del “nawruz”, il capodanno iraniano pre-islamico che coincide con l’equinozio di primavera e che si fa risalire a Zoroastro (o Zatathustra). Il festeggiamento, tuttora molto seguito dal popolo iraniano benché osteggiato dall’integralismo religioso dei suoi governanti, è altamente simbolico e, tra i sette cibi che imbandiscono la tavola del nawruz come buon auspicio per il nuovo anno, sono presenti le bacche di summaq.

Girando nei suq palestinesi, invece, il summaq si trova solitamente in polvere e spesso fa parte, accanto ad altre spezie, di splendide composizioni colorate in cui spicca con il suo rosso scuro. Si trova a volte anche sulle tavole palestinesi, dove viene servito in piattini di ceramica artigianale, accanto alle vivande su cui può essere spolverizzato a piacere, rendendole gradevoli e maggiormente digeribili.

Ma passiamo alle proprietà salutistiche che si ricavano dalla Rhus coriaria .                                                              sumaq in polvere

Va premesso che quando il grande Linneo classificò la pianta dando alla specie il nome di “coriaria” lo fece conoscendone l’uso occidentale, cioè quello dei “cuoiai” che ne utilizzavano foglie e corteccia per conciare e tingere le pelli, perché quello era il solo uso che se ne facesse in Occidente. Ecco perché a tutti gli effetti, dall’antichità ad oggi, il summaq, in quanto spezia, ha identità squisitamente mediorientale.

Anche l’uso terapeutico, tuttora conosciuto e praticato in Palestina, ha la stessa origine. Nel medioevo la medicina araba, del resto al pari della filosofia e di varie scienze, si diffuse anche in Italia. La medicina si diffuse in particolare attraverso la Schola Salernitana e ancora si trovano scritti, ormai da collezione, che raccomandano l’uso delle bacche di sommacco, essiccate e pestate, per calmare i dolori di stomaco, (due mesi fa a Jenin ne ho sperimentato personalmente una tisana in seguito a un attacco di gastrite ed ha funzionato alla perfezione) e per almeno altri dieci disturbi comprese gengiviti e congiuntiviti.

Andando indietro nel tempo, risulta che anche Dioscoride ne conoscesse l’efficacia come antinfiammatorio, ma fu soprattutto il grande medico arabo Yuhanna ibn Masawaih, conosciuto come Mesue il Vecchio o Giovanni di Damasco, vissuto tra l’ottavo e il nono secolo d.C.  a  descriverne dettagliatamente le proprietà che fanno di questa spezia un toccasana per l’apparato gastro-intestinale, per abbassare la febbre e per combattere le infiammazioni. Da Mesue il Vecchio a Matteo Plateario, uno dei quattro maestri della Schola Salernitana, il rimedio passò in Italia, ma mentre qui è andato perdendosi, in Medio Oriente viene tuttora usato per diverse patologie legate all’apparato gastro-intestinale.

Ma il bello del summaq, la carta vincente che forse può farne qualcosa di più di una gradevole spezia mediorientale con qualche appendice di natura fitoterapica, è la scoperta del suo straordinario potere antiossidante. Nella tabella ORAC ( Oxigen Radicals Absorbance Capacity) che misura le capacità di  assorbimento dei radicai liberi, il summaq è ai vertici degli antiossidanti, il che significa che è in grado di combattere ogni forma d’invecchiamento cellulare, da quelle meno serie di carattere estetico, quali il rilassamento epidermico,  a quelle più gravi quali il morbo di Alzheimer o l’insorgenza tumorale.

Non resta quindi che farne uso, magari acquistandolo nella sua terra d’elezione, quella in cui io stessa l’ho conosciuto e apprezzato e dove, grazie alla sua resistenza alle più crudeli condizioni ambientali,  è riuscito a sopravvivere nonostante i continui furti d’acqua che rendono arida la terra su cui cresce.

 

 

Per le consulenze in arabo ringrazio i mie amici M. Al Laham e M. Ghazawnah

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SUMMAQ, IL PICCOLO ALBERO DELLA SPEZIA ROSSA.

              UN GIGLIO DI CAMPO CHE SEMBRA UNA STELLA

Oggi voglio parlare di un piccolo giglio di campo. Il nome comune è “stella di Betlemme”, in arabo si chiama الحم  بيت نجمة  (pr. NaJmat Bait Lahm). E’ conosciuto anche nella flower therapy di Bach col nome inglese di “star of Bethlehem”.

star of betlem1

E’ un piccolo fiore bianco, si trova anche su questa sponda del Mediterraneo – del resto come gran parte della flora palestinese – ed è diffuso nello stesso areale dell’olivo. Fiorisce in primavera.

E’ un fiore spontaneo, e per ciò stesso non sempre valorizzato. Si sa, senza valore economico spesso si perde valore tout court. Ma non se si guarda con la giusta lente. Forse per questo un paio di millenni fa, guardato nel modo giusto,  questo piccolo fiore fu considerato tanto bello che neanche il più ricco vestito del re Salomone sarebbe  mai stato alla sua altezza. Parola di Matteo l’evangelista.

Per conferirgli la dovuta dignità scientifica, va detto che appartiene alla famiglia delle liliaceae (o hyacinthaceae), al genere Ornithogalum e alla specie umbellatum, per cui il suo nome botanico è Ornithogalum umbellatum, nome che in qualche campagna italiana, per antica memoria del latino e anche del greco, ha trovato una poco poetica traduzione in “latte di gallina”.

Questo giglio campestre, secondo una leggenda palestinese cristiana, altro non sarebbe che la metamorfosi della stella cometa la quale, dopo aver guidato i Magi ed aver visto il Bambino nella grotta, non voleva più lasciare la terra. A credere alla leggenda ci sarebbe stata una bella lotta tra il suo destino predeterminato e la sua volontà di modificarlo! La cometa infatti doveva tornare in cielo a vivere e morire come le altre stelle. Ma fece una resistenza così tenace che alla fine l’arcangelo Michele si commosse, convinse l’Onnipotente, e si ebbe la metamorfosi: una stellina bianca a sei petali con la punta degli stami giallo oro come si pensa possano essere le punte di una stella.

Anche il simbolo della città di Betlemme è una stella e, non a caso, è una stella che a colpo d’occhio ricorda un fiore.

star of betlem 2

Come tutte le liliaceae la stella di Betlemme si sviluppa da un bulbo sotterraneo. Da questo, a fine inverno, spuntano delle foglie lunghe, lineari, attraversate longitudinalmente da una linea bianca. Poi spunta lo stelo, che non supera generalmente i 30 centimetri e alla sua sommità sboccia l’infiorescenza composta da un ciuffo di 7-8 e più fiori che si aprono alla luce del sole e si chiudono al tramonto, nascondendosi alle altre stelle.

Questa piantina perenne, bella, delicata e luminosa, è però altamente tossica. Lo è in ogni sua parte e in modo particolare nel bulbo. Se ingerita può provocare la morte per arresto cardiaco poiché contiene un alto quantitativo di glicosidi cardioattivi. E’ bene quindi che i bambini non la prendano in considerazione nei loro giochi.

Ma come molte piante velenose, anche l’Ornithogalum umbellatum ha la sua funzione come farmaco. Non a caso il termine “farmaco” viene dal greco e significa veleno. Tutto sta nel saperlo usare! Non deve stupire, quindi, se da questa pianta potentemente tossica si ricavano farmaci omeopatici per problemi gastrici e addominali di diversa gravità, compreso il cancro all’intestino.

Ma la sua fama, la stella di Betlemme, la deve in particolare al dr. Edward Bach, il padre della floriterapia, un ramo relativamente giovane della fitoterapia. Fu lui, infatti, a trovarne i principi capaci di curare  disturbi dovuti a traumi fisici o psicologici subiti in seguito a incidenti,violenze, lutti o gravi spaventi. Nella floriterapia di Bach questo fiore è il numero 29 e rientra in tutti i rimedi d’emergenza.
E’ usato per curare i postumi di shock sia recenti chedi vecchia  data, per esempio risalenti all’infanzia che,              STAR OF BET LE M3
nello specifico palestinese, potrebbe coincidere con la Nakba per le persone molto ricche di anni, o con la Naqsa, per quelle non giovanissime, ma abbastanza giovani, oppure, per tutte le altre,  con l’abbattimento di una casa o di un oliveto, o con un’incursione militare, o con un sequestro di persona erroneamente definito arresto, o con l’aver assistito a uno o più omicidi  da parte dell’esercito che occupa la Palestina, e così via.

Tutti questi casi rientrano nei traumi che generano quelle che il dr. Bach – pur ignaro della specifica situazione palestinese – definì “ferite dell’anima”. Ma il fiore n.29 serve anche nei casi di shock fisici, cioè “ferite del corpo”, come ad esempio percosse o ferite da arma da fuoco causate da coloni o da militari senz’altra legge che la propria. Per questo secondo tipo di ferite i rimedi floriterapici consistono in creme che facilitano la cicatrizzazione, mentre per le ferite dell’anima il preparato è una tintura officinale che va somministrata a gocce.

Il dr. Bach nel suo manuale indica la stella di Betlemme come rimedio utile a “coloro che soffrono parecchio a causa di eventi che per un certo periodo sono fonte di grande infelicitàpoiché rimuove i traumi e rimargina le ferite del corpo e dell’anima”. Ma il dr. Bach non aveva preso in considerazione il perpetuarsi del trauma!

Pertanto, in attesa che la giustizia, di cui ancora non si conosce il fiore, prenda il posto dell’occupazione militare e del sopruso, i prati palestinesi a primavera seguiteranno a riempirsi di bellissimi, nivei, gigli di campo che, a occupazione sconfitta potranno curare davvero le ferite dell’anima prodotte da tanti anni di violenza.

 

Un giglio di campo che sembra una stella

cominciamo dal mandorlo

Inizio questo blog parlando del mandorlo,  in arabo لوز (pr. lawz), in termini scientifici Prunus amygdalus.

Avrei dovuto forse iniziare dall’olivo, l’albero simbolo della Palestina e anche simbolo della pace, bene così prezioso, così ambito e così lontano nella Palestina occupata! E invece no, comincio dal mandorlo.

foto mandorle 2Comincio dal mandorlo perché in primavera, in ogni angolo di Palestina, si vendono o si offrono i suoi frutti verdi e morbidi, che si mangiano così, tutti interi, meglio se con un pizzico di sale. Ma comincio dal mandorlo anche per i suoi fiori, così belli che  neanche il grande Darwish è riuscito a descriverne lo splendore, rendendo però omaggio alla loro bellezza in una poesia che si conclude così:

Se un autore riuscisse
a descrivere i fiori di mandorlo,
in un paragrafo
svanirebbe la nebbia dalle colline
e un popolo intero direbbe
eccole,
ecco le parole del nostro inno nazionale!

 

Il mandorlo è interno all’identità palestinese quasi quanto l’olivo, Continua a leggere